Bios e tecnica

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Stasera stavo pensando alle giornate che si allungano, a quanti minuti di luce recuperiamo ogni giorno. Allora mi sono detto che sarebbe bello ogni sera postare come stato su Facebook (tanto se ne postano tanti!) l’orario in cui il giorno dopo ci saranno il tramonto e poi l’alba.

Poi ho cercato di capire come mai io subisca così tanto il fascino di queste vicende infuso-di-ortica_NG1geografico-metereologiche e mi sono risposto che non lo so, in definitiva, ma in effetti vado matto per i moti delle correnti, capire come si formano i venti, come funzionano le maree o gli sbarramenti dell’alta pressione. Ho capito che più in generale vado matto per tutto quello che parla di vita, che sia uomo o Natura tout court.

Lì per lì mi è venuto un po’ da maledirmi, perché col senno del poi avrei potuto studiare geografia o metereologia o scienze naturali o chissà che altro, ma poi in realtà ho capito che anche Lettere studia l’uomo (dal di dentro) e allora va bene così. Che secondo me solo 2 materie studiano l’uomo e quelle sono Lettere (Filosofia) e Medicina. Una lo studia dal di dentro, come fuziona a livello di sentimenti; e l’altra lo studia dal di fuori, ossia come funziona a livello di nervi, telaio, moto, muscoli volontari o meno.

Alla fine mi sono venuti in mente tutti quelli che si sbagliano. Tutti quelli che non si ricordano che è stato l’uomo, ad un certo punto, ad introdurre le discipline tecniche e non il contrario. È stato l’uomo, per vivere meglio, che ha disciplinato certi ambiti del sapere, li ha scandagliati, catalogati e riassunti con certi princìpi. È l’uomo che fa nascere l’informatica, non è l’informatica che ha creato l’uomo.

Per questo vorrei esortare tutti a tenerlo a mente: dobbiamo restare umani dacché l’uomo è al centro. Anche quando vendiamo un prodotto, teniamo a mente che siamo un essere umano che si rapporta ad un essere umano. Quando dobbiamo decidere per le nostre politiche ambientali, teniamo conto che gli scarichi delle auto teoricamente dovrebbero essere funzionali alla nostra vita e non è la nostra vita che è funzionale agli scarichi.

È vero che senza tecnici non sapremmo arrivare a domani, per cui viva i tecnici e che dio li conservi in salute, ma consideriamo che dietro ogni numero, dietro ogni legge matematica, dietro ad ogni amperaggio o voltaggio, dietro ad ogni computazione, addizione, moltiplicazione e quant’altro, c’è la vita naturale. Siamo così tanto intimamente connessi ai bit (e questo post lo dimostra), che è sempre più fatica distinguere l’uomo dal non-uomo, per questo forse non sarà mai superfluo un pochino di esercizio quotidiano, per ripeterci che al centro c’è l’uomo, deve restare l’uomo.

La cosa bella di tutto questo è che quando uno cerca di mettere l’uomo al centro, gli altri esseri umani, se non se ne accorgono del tutto, almeno in qualche modo lo intuiscono.

Ecco da chi ha imparato Charles

Non era più un viaggio, era una specie di malattia. I membri di quel concilio mattutino, a esaminarli dal mio angolo, mi sembravano tutti gravemente malati, malarici, alcolizzati, sifilitici senza dubbio, di una decadenza visibile a dieci metri che mi consolava un po’dei miei malanni personali. Dopo tutto erano dei vinti, proprio come me, quei Matamori!… Facevano ancora gli smargiassi ecco tutto! L’unica differenza! Le zanzare s’erano già incaricate di succhiarli e distillargli a piene vene di quei veleni che non se ne vanno più… Il treponema a quell’ora gli limava già le arterie… L’alcool gli smangiava il fegato… Il sole gli spaccava i rognoni… Le piattole gli si incollavano ai peli e l’eczema alla pelle del ventre… La luce sfrigolante avrebbe finito per arrostirgli la retina!… In poco tempo cosa gli sarebbe restato? Un pezzo di cervello… Per farci cosa? Ve lo domando… Là dove andavano? Per suicidarsi? Poteva servirgli solo a quello, il cervello, là dove andavano… Si ha un bel dire, è poco divertente invecchiare in paesi dove non ci sono distrazioni… Sei costretto a guardarti nello specchio via via più muffo, che diventi sempre più decaduto, sempre più loffio… Fai in fretta a marcire, nelle verzure, soprattutto quando fa un caldo atroce.
Il Nord almeno ti conserva le carni; sono pallidi una volta per tutte quelli del Nord. Tra uno svedese morto e un giovane che ha dormito male, poca differenza. Ma chi va nelle colonie è già tutto pieno di bacherozzi il giorno dopo lo sbarco. Non aspettavano che loro questi vermetti infinitamente laboriosi e li lasceranno solo dopo che la vita se n’è andata da un po’. Sacchi per larve.

[…]

Sulla destra della panchina s’apriva per l’appunto un buco, largo, direttamente sul marciapiede tipo il metrò da noi. Quel buco mi parve adatto, grosso com’era, con dentro una scala tutta di marmo rosa. Avevo già visto molta gente per strada sparirvi e poi tornarvi fuori. Era in quel sotterraneo che andavano a fare i loro bisogni. Capii subito come girava. In marmo anche la sala dove capitava la cosa. Una specie di piscina, però svuotata di tutta l’acqua, una piscina infetta, colma soltanto d’una luce filtrata, fioca, che veniva a smorire là sugli uomini sbottonati in mezzo ai loro odori e tutti paonazzi a sbrigare le loro sporche faccende davanti a tutti, con rumori barbari.
Tra uomini, così, alla buona, fra le risate di tutti quelli che erano intorno, accompagnati da incoraggiamenti che si scambiavano come al football. Prima si levavano la giacca, come per fare una prova di forza. Si mettevano in tenuta, insomma, era il rito.
E poi tutti sbracati, ruttando e peggio, gesticolando come nel cortile dei matti, si installavano nella caverna fecale. I nuovi arrivati dovevano rispondere a mille scherzi schifosi mentre scendevano i gradini dalla strada; ma sembravano tutti compiaciuti lo stesso.
Quanto più lassù sul marciapiede si comportavano bene gli uomini, formalmente, tristemente anche, tanto più qui la prospettiva di potersi svuotare le trippe in tumultuosa compagnia sembrava liberarli e rallegrarli intimamente.
Le porte dei gabinetti abbondantemente imbrattate pendevano, divelte dai loro cardini. Passavano dall’una all’altra cella per chiacchierare un po’, quelli che attendevano un posto vuoto fumavcelineano dei sigari pesanti battendo sulla spalla dell’occupante al lavoro, lui, ostinato, la testa corrugata, rinchiusa fra le mani. Molti ci facevano dei forti gemiti, come dei feriti o delle partorienti. Minacciavano gli stitici di torture ingegnose.
Quando uno scroscio d’acqua annunciava un posto vacante, raddoppiavano i clamori attorno all’alveolo libero, e allora sovente se ne giocavano il possesso a testa o croce. I giornali appena letti, anche se spessi come piccoli cuscini, finivano istantaneamente disciolti nella mota di quei lavoratori rettali. Si distinguevano male le facce per il fumo. Non osavo troppo avanzare verso di loro a causa degli odori.
Quel contrasto era proprio fatto per sconcertare uno straniero. Tutto quello sbracamento intimo, quella formidabile familiarità intestinale e in strada quella perfetta aria contegnosa! Ci restavo stravolto.

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

Stare zitti è il solo modo per poter dire tutto

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Forse una delle poche cose brutte del silenzio è che non lascia traccia. Tu fa silenzio tutt’una vita e poi vedrai cosa rimane di te: niente.

Perché altrimenti il silenzio sarebbe da abbracciare sempre, altroché. Di per sé è la sola cosa che riesce a dire tutto. Più fai silenzio e più dici. Un esempio? Se uno non dice niente gli altri potrebbero pensare “guarda te quello lì, chissà a cosa pensa. Magari sta pensando alle mandorle, oppure alle sottilette più spesse. O magari ai regali di Natale o alla Tasi che lui non ha. O al mercato immobiliare o al rinnovo del medico di base. Oppure sta vagando nei campi del Tennessee (e come vi era arrivato, chissà) o sta pensando alle ciliegie, se si scrivano con o senza i (che la grammatica è una cosa ahimé grave). Oppure agli indici di crescita presunta del 2016 o a Giovanni Giolitti, Ernesto Che Guevara, Enrico Mattei, Giacomino Leopardi o tutti gli eroi di un glorioso passato. Ai sentimenti, ai nervi (s)coperti, ai rapporti tra gli uomini e tra le cose, alla libertà di poter aver del tempo per pensare, anche a niente”.

Finché non dici, lasci intendere tutto. Ma quando ti esprimi, allora no. Allora tra tutte le cose che potevi esprimere, hai scelto di esprimere quella lì e non si torna indietro. Esprimere significa scegliere. E scegliere, per complementarità, significa scartare. Una bella fregatura. In un mondo che offre cose da dire ad ogni cantone, tu hai scelto di dire quella cosa lì.

Per questo ho deciso di dire il meno possibile, quando possibile, specialmente in periodi in cui verrebbe facile parlare, poiché la società offre generosamente tantissimi spunti su cui sproloquiare.

Probabilmente il silenzio di questo blog, che oramai sta per diventare novenne deriva dal fatto che desidererei dire tutto e non dire niente è il solo modo per farlo.

Ma siccome anche dire di non dire è pur sempre esso stesso un dire, allora non dico più niente e mi ascolto una canzone.

Il significato di Netflix (o giù di lì)

Sto per parlare di una cosa che non conosco. Del resto quando si parla di cose che si conoscono, si rischia di essere troppo precisi e poco visionari.
Per altro, per dire le cose che sto per dire, mica mi serviva Netflix. Però Netflix di certo mi aiuta ad essere capito meglio. Di preciso che cosa sia Netflix non lo so, ma grosso modo ho capito che è una piattaforma internet che dietro la corresponsione di un modico abbonamento, ti lascia fruire tra film e serie televisive, tutto rigorosamente legale (è qui forse il grosso della novità).

I significati che traggo da questa notizia, che di per sé sarebbe anche mediamente trascurabile, sono due. Il primo è la conferma che oramai Internet è “il” media che tutto muove e tutto può. Dopo aver fagocitato la telefonia con Skype, Whatsapp e similari (con buona pace di Vodafone, Tim e compagnia cantante), ora sta facendo altrettanto con il cinema, la radio e la televisione, per diventare una specie di media nel media, la summa della convergenza digitale, di cui non potrà mai più fare a meno l’uomo del futuro. Se nel 2009 alcune persone mi domandavano “digital divide che..?” quando parlavo della mia discussione di laurea, oggi per fortuna le cose sono un poco cambiate e anche un villaggio di montagna come Morfasso può vantarsi di avere una bolla Wi Fi in piazza.

Nerd_al_computer Ma il vero significato che mi sta a cuore è il secondo. L’uomo di internet, il nerd postmoderno, ha un’infinita serie di tavolozze dalle quali attingere per dipingere le pareti di casa propria dei colori che preferisce. Ho il sospetto che le case diventeranno sempre più confortevoli, le abitudini sempre più radicate, i propri gusti sempre più soddisfatti, così che mancheranno completamente le spinte per uscire e cercare qualcos’altro di fuori. Ho il sospetto che tutti, anche quelli meno nerd in assoluto, diventeranno dei nerd perché con internet ognuno si crea il mondo che vuole, segue quello che vuole, dà sfogo alle proprie passioni a basso costo, a km zero. Dunque il vero significato di Netflix è che non manca molto perché il mondo sia popolato da nidi e tane. Fuori l’ostilità rappresentata dall’altro, minaccioso che vuole intrufolarsi nel paradiso ovattato; dentro il piacere rassicurante di un palinsesto di cui ognuno è il dio creatore e l’utente finale. Un mondo che nasce e termina dentro di sé e non ha bisogno di altri riscontri.

Dare a ciascuno la possibilità di trovare dentro casa quello che cerca, significa promuovere una desertificazione delle strade, dei centri commerciali, dei punti di aggregazione. Sarò scemo io, non lo nego, ma mi piacerebbe misurare l’affluenza media dei centri commerciali oggi, al sabato e alla domenica, e confrontarla con quella che potremo registrare tra 4-5 anni. Scommettete?

La deriva del genere umano, che Netflix sapientemente incarna, è fortemente dis-socializzante.

Sull’ambizione, la paura e la vergogna

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Grosso modo, sono stato sempre un bravo studente. Nel senso che facevo i compiti e cercavo di sapere cosa dire una volta che venivo interrogato. Anche alle superiori, in età più matura, sono stato il solo della mia classe ad avere 10 in condotta dal primo quadrimestre della prima all’ultimo della quinta.

Qualcuno è finito col credere che io fossi ambizioso. Nient’affatto. Forse pauroso? Forse.

In realtà il motore più forte di ogni cosa è la vergogna. Pensateci bene. Quando studiavo alle elementari non era per ambizione di diventare qualcuno che conta, figuratevi cosa me ne frega di essere qualcuno che conta e di assumermi tutte le sue beghe!

Non è stato per paura di sentirmi dire qualcosa o di vedermi proibita qualcosa, per castigo. È stato solo per vergogna, proprio così. Quando qualcuno mi diceva come mai studiassi, visto che tanto a nessuno importava qualcosa, io rispondevo che mi vergognavo quando poi la maestra mi chiedeva le cose e io non le sapevo.

Io studiavo solo per sapere cosa dire alle varie domande, così non avrei avuto ragione di vergognarmi di essere un somaro. La vergogna secondo me è un sentimento molto molto forte, che l’Italia troppo spesso ha dimenticato.

Capita così che i bambini, tanto bravi nel vergognarsi, piano piano vengano corrotti dai cosiddetti grandi (grandi de che?) e che perdano la loro naturale propensione alla vergogna. vergogna

Quando perdiamo l’istinto naturale alla vergogna e diventiamo smaliziati e uomini di mondo, ecco, secondo me, abbiamo perso tutto.

Io farei un bel corso universitario di vergogna, che fosse propedeutico a tutti gli altri esami, ché un popolo senza vergogna è un popolo che non si impegnerà in niente.

La mar dl’arsé’n (La madre dell’aceto)

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Stasera ero lì che pensavo a quegli indigeni di cui avevo visto un documentario chissà quando. Su quell’isola della Papua Nuova Guinea o qualcosa del genere. Che non hanno carceri, che tanto non c’è niente da rubare e hanno una specie di pasta che va bene per tutto. Non so più se è un ricavato dei tuberi della curcuma o qualche altra spezia, ma è una pasta che impiega tutto il ciclo lavorativo di tutto il villaggio, solo per ricavarci una palla di pasta ogni anno e poi questa pasta viene diluita o polverizzata e cura ogni cosa.

Una specie di mamma buona, di roba magica, che ne metti un po’ dove serve, e hai risolto. Figo, no?

Allora poi – per ste cose che ne basta un pochino per fare andare bene tutto il resto – m’è venuta in mente la mitica mar dl’arsé’n, ossia nella mia lingua autoctona, la madre dell’aceto, quella specie di misterioso intruglio melmoso che esiste dalla notte dei tempi (a casa credo che la nostra madre dell’aceto risalga ancora all’Ottocento o poco ci manca) e che serve a far sì che sempre tutto fili liscio, che il nuovo diventi in qualche modo analogo al vecchio, buono alla stessa maniera.

(tecnicamente è quella melma d’aceto che rimane in fondo alla bottbotti_acetoe, che conserva tutta la memoria acetosa del suo essere, e quando aggiungi anche solo vino novello nella botte, piano piano la madre dell’aceto gli parla e lo convince e lo fa diventare aceto come si deve, altroché).

La madre dell’aceto allora si rivela subito per quella che è: una metafora. La metafora di qualcosa da custodire come preziosissimo, difenderlo dagli attacchi del tempo, tenerlo da parte in una botte all’ombra, e usarla quando necessario, quando il circostante è troppo nuovo o troppo minaccioso o chissà che altro ancora.

Basta una goccia di madre dell’aceto e la puoi diluire in qualsiasi soluzione per trovare la .. soluzione, che gioco di parole, eh? La madre dell’aceto è la cosa di cui abbiamo bisogno, un concentrato della nostra storia.

La madre dell’aceto, amici miei, siamo noi. Ognuno di noi è la sua personale madre dell’aceto. Quel pezzettino di coperta che ti portavi sempre dietro, quel poster che hai messo sù quando avevi 16 anni ed è ancora lì in camera, quelle foto di quella serata o di quel mattino, la cassetta che ti ha fatto un tuo amico, un film preferito, una musica che basta fischiettarla un attimo per capire che non è poi andata troppo male e che se sei stato felice una volta, chissà che non possa ancora capitare.

Questo è un post dedicato ai miei bisnonni, che hanno custodito con cura la madre dell’aceto che ancora posso assaggiare, di tanto in tanto, ed è dedicato a tutti quelli che da qualche parte, anche senza saperlo, hanno un po’ di questa pasta magica, tipo quella che fanno quegli indigeni che vi dicevo qui sopra, che basta spruzzarla o polverizzarla o diluirla sopra le cose brutte della vita, che subito le fanno diventare magari non belle, ma già molto più sopportabili.

E non abbiamo mai avuto bis-sogno come ora di sopportabilità.

E siccome è un post un po’ lento, rendiamolo più veloce con questa canzone. Amen.

La vita assomiglia a Xenon 2 (a scrolling verticale, in ordine random)

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Mi è capitato di parlare con due tipi di persone. Ne ho conosciute alcune determinatissime, che sono convinte di essere gli artefici del proprio destino, e ne ho viste altre abbastanza rinunciatarie, che tanto il destino è fatale e quel che ti deve arrivare, t’arriva, piaccia o non piaccia.

Si vede che queste persone qui non hanno mai giocato a Xenon 2, peXenon-2_1r esempio.

Che poi per essere precisi non è che io ci giocassi, ma guardavo qualcuno che ci giocava (roba di 386, se non ricordo male, forse primissimi anni ’90). Io no ho mai amato giocare ai videogame, perché devi star lì a smanettare e c’è il tempo e se non fai presto poi i nemici ti uccidono ed è tutto un grande, troppo, generatore di ansia. Invece mi piace star lì a vedere uno che ci gioca e dirgli, casomai, che è un cretino, perché doveva far questo e quest’altro. Alla fine tutto è una metafora, come si capisce.

Comunque niente, stavo dicendo della vita, del destino e di Xenon 2. Il fatto è che la vita è a scrolling verticale, come Xenon 2. E se anche tu stai fermo e non fai niente, ti arrivano addosso i mostri, le navicelle o i forzieri, i tesori e via discorrendo. Tu praticamente non puoi non fare. Qualcosa fai anche non facendo niente. Allora tutta la tua bravura è cercare di schivare le insidie, decidere bene a quale nemico sparare per primo, e bona. Non puoi sapere, mentre sei lì che cerchi di farcela, che fattezze avrà il mostro finale o altre sorprese, tutte ancora da scoprire. Xenon-2_2

La vita secondo me è così e non sei né del tutto artefice di quel che otterrai, né questo è del tutto indipendente dalle tue possibilità. Credo che il trucco (ogni giochino ha un trucco, no?) sia proprio quello di badare al contingente, cercando di fare il meglio possibile, per quanto ci è dato.

Poi i mostri, gli alieni che ci sparano, le vite che ci restano o i forzieri che ci aspettano li vedremo, casomai.

Quando il dovere assomiglia al piacere (e il piacere assomiglia al dovere)

I bambini c’hanno di buono questo: che devono fare delle cose. Per esempio quando ero bambino io, non è che dovessi poi star lì troppo tempo a capire quali fossero gli obiettivi e via discorrendo. Eri in prima elementare? Dovevi imparare a leggere e scrivere, altroché. Altrimenti poi restavi indietro e imparavi meno degli altri, diventavi uno degli ultimi e non potevi mica fare l’avvocato eccetera.

Ogni giorno era scandito dalla scuola, con i suoi odiosi compiti e le verifiche e tutti che ti giudicavano per quello che facevi, per come assolvevi ai tuoi compiti. E lì per lì, quasi quasi la vivevi male, oh. Sembrava anche una cosa brutta. Poi arrivavano le medie e con queste il dovere di finirle bene, così poi potevi andare alle superiori più difficili e diventare avvocato o dentista o dottore o ingegnere eccetera eccetera.

Anche l’estate, che teoricamente poteva anche essere un grosso contenitore di tempo libero, per te che eri bambino o ragazzino, avevi i compiti dell’estate e tutto quanto. Insomma, diciamocelo, una intricatissima gabbia di doveri, che visti allora erano opprimenti, ma visti oggi erano in definitiva piacevoli. follow-rules-28912872

Invece quando la scuola finisce e diventi grande, i grandi ti aprono la gabbia, ti qualificano (dottore, geometra, ragioniere, operaio, maniscalco, eccetera), ti dicono che sei maturo e bona. Vai.
Dove? Dove vuoi. A fare cosa? Cosa vuoi.

Per questo dico che il dovere assomiglia al piacere: perché sai perfettamente, momento per momento, cosa devi fare. Il grosso vantaggio del dovere è che non ti senti in colpa. Cercate di capirmi: se mentre fai una cosa che devi fare, ti rompi il cazzo e non sei felice, non è colpa tua, non l’hai scelto tu di fare quella cosa lì, non te la puoi prendere con te stesso. La stai facendo perché fa parte dei tuoi doveri, dunque oltre al danno non hai anche la beffa.

Ma quando invece lo scegli tu, cercando di inseguire un piacere, e poi si rivela tutto tranne che piacevole, allora hai anche la beffa, oltreché il danno, perché te lo sei scelto tu. Per questo il dovere nasconde qualcosa di piacevole.

Invece, di contro, il piacere delle volte riesce a nascondere qualcosa di doveroso. Siccome ti sei sbattuto così tanto per fare tutto quello che dovevi fare e ti sei fracassato i marroni nel giusto quantitativo, quando finalmente arriva un pochino di tempo per te, sai che dovresti cercare il piacere. E’ questo il guaio, si capisce? Non è un piacere naturale, che te stai lì e lui arriva, come un premio, come una gratificazione del lavoro svolto. No, lo devi cercare te.

Ma per cercarlo ti serve anzitutto sapere cosa ti piace. E non è mica facile, non lo è per niente. E se hai scelto una cosa, in mezzo e tutte le altre che avresti potuto scegliere, eccolo lì, canaglia, il senso di colpa. Hai scelto di fare un giro in bici? Perfetto: ci scommetto che a metà della salita, col sole a picco, ti dici puttana boia la prossima volta che mi vengono queste idee, è meglio che mi metta a stirare o lavare i piatti.
Hai scelto di non fare niente e stare pigramente davanti alla tele? Perfetto, non fai nemmeno in tempo ad arrivare a metà del tuo programma preferito che ti dici: ma possibile che con tutte le cose che si possono fare, sto sprecando questa bella giornata di sole per vedere la televisione? Non se ne esce. E’ impossibile. Scegli pure quello che vuoi, non vincerai mai. Verrà sempre il momento in cui il tuo piacere non ti piacerà e pensi che avresti fatto meglio a fare questo o quest’altro.

Per questo la ricerca ostinata e cocciuta del piacere, diventa un dovere, per questo dico che si assomigliano.

E quindi? E quindi niente, come al solito. Ma dovremmo smetterla di criticare così tanto il dovere, poverino, che a volte ci salva. E dovremmo smetterla di inseguire così tanto il mito del piacere, che tanto è come l’orizzonte, che se fai un passo, si allontana di un passo.

Se puoi dirlo con la poesia, dillo con la poesia (e se puoi vivere con la poesia, vivi con la poesia)

Il lavoro mi stava uccidendo. L’avevo sopportato per dieci anni, sentendomi soltanto spiritualmente indignato per essere forzato a fare un lavoro ripetitivo, stupido. Poi, nell’undicesimo anno, il corpo cominciò a morire. Decisi che avrei preferito ritornare nei bassifondi a piedi nudi piuttosto che morire in sicurezza. Un uomo potrebbe sentirsi sicuro anche in prigione o in manicomio. All’età di cinquant’anni, con il problema di mantenere una figlia, mi sono licenziato. Stranamente questo ha fatto arrabbiare molti miei colleghi: preferivano che morissi con loro invece che da solo.

Fin dall’età di trentacinque anni avevo scritto poesie e racconti. Decisi di morire sul mio campo di battaglia. Mi sedetti alla macchina da scrivere e dissi, adesso sono uno scrittore professionista. Naturalmente non fu proprio così facile. Quando un uomo lavora per anni alla stessa occupazione il suo tempo diventa quello di un altro uomo. Voglio dire, anche con una giornata di otto ore, quella giornata è persa. Sommate il tempo del viaggio, per e dal lavoro, il lavoro vero e proprio, il tempo per mangiare, dormire, fare il bagno, comprare vestiti, automobili, gomme, batterie, pagare le tasse, scopare, ricevere amici, ammalarsi, gli incidenti, l’insonnia, preoccuparsi per la lavanderia e i ladri, se piove o se c’è il sole e per tutte le altre cose che non possono essere enumerate, non resta NEANCHE UN PO’ DI TEMPO per se stessi. E, se lo straordinario viene richiesto spesso, alcune di queste attività indispensabili devono esser eliminate, persino il sonno e, più spesso, le scopate. E per cosa, cazzo?

E addirittura ci sono settimane di cinque giorni e mezzo, di sei giorni lavorativi e alla domenica ci si aspetta che uno vada in chiesa o che visiti i parenti o entrambe le cose. La persona che ha detto “L’uomo medio vive una vita di quieta disperazione” ha detto una cosa parzialmente vera. Ma il lavoro calma anche gli individui, gli dà qualcosa da fare. E impedisce a molti di pensare. Gli uomini – e le donne – non amano pensare. Per loro il lavoro è il rifugio perfetto. Gli viene assegnato cosa fare e come farlo e quando farlo. Il 98 per cento degli americani sopra i 21 anni lavora, morti viventi. Il mio corpo e il mio cervello mi dissero che entro tre mesi sarei stato uno di loro. Mi sono ribellato.

Avevo una macchina da scrivere e nessun mestiere. Decisi di scrivere utasti-macchina-da-scriveren romanzo. Lo scrissi in venti notti, bevendo una bottiglia di whiskey a notte. La Black Sparrow Press accettò il romanzo, Post Office. Vendetti anche due o tre capitoli alle riviste come racconti. Stava prendendo corpo una strana vita nuova.

Il mio primo errore fu credere che avrei potuto scrivere molte ore al giorno, ogni giorno. Si può anche scrivere in questo modo, ma il materiale sarà diluito e forzato.

Cominciarono ad arrivare altri scrittori, a bussare alla porta, portando con sé le loro confezioni da sei di birra. Io non andavo mai da loro, loro però arrivavano lo stesso. Bevvi e parlai con loro, ma mi davano molto poco e arrivavano sempre al momento sbagliato. Arrivavano anche le donne, che di solito portavano qualcosa di più utile dei blah blah letterari. I cattivi scrittori sono inclini a parlare di letteratura; quelli bravi parlano di tutto fuorché di quello. Arrivavano pochissimi bravi scrittori.

Charles Bukowski, Appunti sulla vita di un poeta anziano

Un kebabbaro mi disse

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Mi ero ripromesso, appena fossi tornato in possesso di una connessione internet o qualcosa del genere, di condurre un’irrefrenabile crociata contro Fastweb, fatta di filippiche, post in ogniddove, una campagna come si deve per far sapere a tutti la vergogna di questo (presunto) colosso del web e la mia disavventura paradossale.

Roba che tipo se per disgrazia l’omino del negozio sbaglia una cifra del tuo numero di cellulare quando fa la richiesta di attivazione, non c’è verso di poter diventare loro cliente, ancorché corra l’anno 2015 e i suddetti colossi professino investimenti di circa 7 miliardi l’anno in infrastrutture. Come a dire che non è possibile modificare un recapito telefonico sul database e questo genera una specie di buco nero che gli irreprensibili ragazzi del call center albanese non riescono proprio a portare a miti consigli.

Ma poi dai, diciamocela tutta, sapete meglio di me come vanno queste cose. Una volta che ottieni quel che per 3 mesi ti è parso impossibile anche solo sperare, per dirla coi francesi, te ne sbatti mediamente le palle di tutta quell’ira e quell’acredine e te ne stai lì bello bello a guardare estasiato le lucine dei pc che si trasmettono i pacchetti dati, nel pannello delle connessioni di rete.

Dunque bona: se potete non fate Fastweb, ecco tutta la mia crociata, spero di non tornare mai più sull’argomento.

omini_connessione_rete Invece stasera vorrei portare avanti questa specie di dichiarazione d’amore al mondo delle reti, come l’amico ritrovato che rientra dalla guerra, una cosa del genere. Già che ci sono mi domando pure come mai esistano ancora i supermercati oppure tipo i grandi negozi della grande distribuzione. Esempio? Cerchi un oggetto XX, vai lì, chiedi e non ce l’hanno. Per andarci ovviamente hai dovuto prendere la macchina (chi ce l’ha), o andarci in bici sotto al sole sudando come uno gnu del Serengeti. Mentre da qualche parte nel mondo esistono gli Amazon e sodali, che ti metti lì bello bello, fresco fresco, tre click, trovi quel che ti serve, paghi, ordini e ti arriva a casa. Stop.

Idem con patate e possiamo scalare tutto sto meccanismo a tutto il mondo, dall’acquisto dei pomodori a quello delle mozzarelle. Dei supermercati ancora più grandi di questi, ma che non esistono fisicamente. La rete dovrebbe essere sempre una promessa e mai una minaccia, per cui non va vista come il terribile nemico che porta via i posti di lavoro ma come un facilitatore di vita (il tizio che stasera è stato utile come un culo senza il buco e non mi ha reperito l’articolo XX, nel mondo che vorrei non è senza lavoro, ma sta nello staff di sto colosso, ordinando le merci nel catalogo virtuale o assistendo alle spedizioni).

Tra i concept che mi sono venuti in mente lì per lì in ordine sparso ci sono: risparmio di tempo, dunque più tempo libero, più cose che ti piacciono fare, più serenità; risparmio di soldi, visto che non devi scorrazzare la tua povera carcassa a destra e a manca nel mondo fisico per reperire beni che puoi benissimo reperire on the net; meno inquinamento, visto che devono muoversi solo le cose necessarie e non tutti i cretini che passano sul globo.

In definitiva, sarò strano io, ma ci vedo molti più pro che contro e boh, io non lo so mica sti capoccioni qui a cosa stiano pensando, che non hanno ancora implementato un modello tanto semplice.

Ma per adesso mollo, mi godo la mia rete, mi ci attorciglio tutto.