Non c’è niente di poetico nella natura

Tag

, ,

Ogni giorno mi sembra che tutto quello che faccio, dall’indolenzito risveglio fino al pigro rincasare, non sia altro che il preludio ad un momento.

Un momento che quasi sempre non arriva mai. Quel momento in cui finalmente posso dire “io” e sedermi e scrivere qualcosa. Scrivo anche tutto il resto del giorno, per fortuna, ma non scrivo dicendo “io” ed è tutta un’altra cosa.

Comunque, visto che finalmente mi sono seduto in quel momento per il quale sono nato, ecco che posso scrivere qualcosa.

E quel qualcosa che scrivo, questa sera, è che la natura non è poetica.

Proprio così: sicuramente bella, anzi bellissima. Chi mi conosce sa che se c’è una cosa che mi piace su questa lurida crosta terrestre, quella cosa è la natura.

Ma non poetica.

Inutile negarlo: ci sono dei momenti nella giornata, magari verso il tramonto, quando usciamo per un istante dalla furiosa e inaudita gabbia che ci imprigiona, in cui solleviamo il naso e vediamo qualcosa di meraviglioso. La natura in giro per la vita disegna quadri talmente belli, talmente perfetti, talmente armoniosi e sublimi, che a volte cadiamo in errore e ci viene da pensare che questo sia poetico, o addirittura buono.

In realtà non c’è proprio un bel cazzo di poetico nella natura, proprio così.

Che non ci sia proprio un bel cazzo di poetico, nella natura, lo si potrebbe capire da quasi tutte le cose, ma se proprio non lo si vuole capire da tutte le cose, si guardi per esempio alle relazioni degli umani.

Nella fattispecie si guardi a quelle relazioni degli umani che vorrebbero essere le più poetiche di tutte: quelle sentimentali.

Si guardi a due innamorati, a cosa si dicono, a cosa provano, ognuno nell’intimo tabernacolo del proprio cuore (così si dice e si pensa). Sono sinceri, eh? Nessuno dice niente. Sincerissimi.

Si dicono che si amano, che si sono trovati, che sarà bello, che sarà poetico, guardano i film dolci, mangiano le cose dolci, si dicono le cose dolci, si fanno piacere a vicenda le cose, e così via. A vederli da fuori, e ancora di più da dentro, sembrano poetici, eccome.

E che cosa c’è di più naturale di una relazione tra due persone che si amano? Dunque verrebbe da dire che la natura, che crea una cosa così poetica come una relazione tra due innamorati, sia poetica.

Niente di più falso.

La natura non è poetica. La natura fa i suoi conti, ha le sue logiche. La natura ha di buono che è imparziale, sovrana, dittatrice. Comanda tutti nello stesso modo, non conosce il valore della moneta. La natura è incorruttibile. Ma non poetica. Poetica proprio no. Ho capito che sono belli i prati della Val di Fassa e le Dolomiti sembrano disegnate da Dio, ma non è questione di poesia, forse è solo questione di culo.

Perché poi gli innamorati, poverini, possono anche perdere piano piano quel fil rouge che li univa. Va a capire perché, sono cose che succedono così. Viene meno il fil rouge, si ha un po’ meno voglia e alla fine, dai e dai, succede che gli innamorati magari restano innamorati ma si dicono che è meglio fare diversamente.

Capito? Finita la famosa poesia.

Adesso fanno diversamente e ognun per sé e Dio per tutti. Perché se non rispetti la natura, hai voglia te ad essere poetico! Non c’è proprio un bel cazzo da fare. La natura ha le sue leggi, non ci si scappa.

La natura fa dire le cose alle persone, fa provare le cose alle persone, fa sentire le cose alle persone, fa prendere decisioni. Proprio così. E quelle persone che sembravano legate da qualcosa di magico, che si erano dette speciali, dopo che hanno deciso di fare diversamente, diventano estranee.

Se fosse stata vera poesia, sarebbe rimasta anche dopo la decisione, non basterebbe la diversa quotidianità per sopprimerla, Petrarca ci arriva ancora oggi. Invece quante volte vi è capitato di vedere una persona che conoscevate, e che adesso non conoscete più?

La natura è contingenza, vecchi miei.

Contingenza, proprio così.

Non c’è niente di poetico ed eterno nella natura, lei si fa i suoi conti, impartisce i suoi comandi, rispetta le sue regole.

E di chi non è d’accordo, o semplicemente ha paura, non gliene frega proprio un cazzo.

Le porte esterne del treno potrebbero essere fuori servizio

Tag

,

Una bella parata di culo, no? Noi ve l’avevamo detto, che potrebbero essere fuori servizio. Si prega di prestare attenzione ai cartelli gialli posti in prossimità delle porte, ok.

Ma come cosa di ripararle, tipo?

Cioè, se registri un messaggio audio, così poi lo puoi mandare in onda ad imperitura memoria senza smerigliarti le corde vocali, forse è segno che sta cosa delle porte fuori servizio, non è esattamente qualcosa di accidentale e momentaneo, come ogni guasto per sua natura dovrebbe essere, o no?

E noi siamo lì, belli belli, che ascoltiamo sti messaggi delle porte esterne che potrebbero essere fuori servizio e facciamo sì sì con la testa, magari pensiamo anche che sono dei signori, sti qui di Trenitalia, che poverini ci avvisano pure.

Cosa volete che me ne freghi a me, delle porte esterne dei treni, ci mancherebbe. Ok, sono pignolo. E bastardo, come aggiungerebbe Giovanni.

Il fatto è che, come sempre, è una questione molto più fine, molto più profonda, molto più seria.

Il fatto è che si prende quello che dovrebbe essere un momentaneo disguido e lo si eleva a rango di normale consuetudine, col nostro laissez faire – allargabraccista e si va avanti così.

Cosa vuoi che sia? Sai quante cazzo di porte ha un treno? Un treno avrà sempre qualche porta che non va, è normale che ci facciano i cartelli e i messaggi audio.

E poi cmq ci sono altre porte che funzionano, devi proprio accanirti con quelle che non vanno, poverine? Saran questi i problemi, con la disoccupazione giovanile al 40%?

Sì, signori, i problemi dovrebbero essere anche questi, eccome. Proprio così. Perché se accettiamo che il sistema abbia falle proprio come suo istituto costitutivo, allora non potremo mai sperare in niente di buono, in generale.

Il pressappochismo crea errori, che inducono il pressappochismo. Avremo sempre qualche altro guaio ben maggiore, a cui guardare e ce ne sbatteremo sempre più le palle delle porte fuori servizio e dei loro cartelli gialli.

Finché un giorno non avremo più nemmeno il treno.

Dal mobile alla dromomania del cuore (c’ho una fissa per i fissi)

Tag

, , ,

Oh, si fa per parlare, eh? Ma davvero sta cosa qui dell’avvento del mobile (mobàil) forse ci sta un attimino scappando di mano.

Ne ho avuto la riprova ieri sera. Chiamo casa. La casa dove sono nato e cresciuto, cercavo uno a caso. Uno a caso della casa. E niente. Il numero non esiste più. Cioè quel mio bel numero storico, che da quando esisto è il “mio numero di casa”, non esiste più.

Come a dire che non esiste più una casa.

C’era un numero e ad esso era associata un’ “utenza fissa” e te chiamavi lì e il primo coglione che passava (e che c’aveva voglia), forse ti rispondeva. Ogni tipo di zia telefonava lì. Se avevi un amico e ti cercava, ti cercava lì.

Tu stesso per chiedere i compiti chiamavi la Giovanna, per esempio. Cioè, casa della Giovanna. Per fare i giri in bici chiamavi casa di Davide, per giocare a calcio chiamavi a casa di Matteo e così via. Avevi la tua bella rubrica mentale di 10-12 numeri “fissi” e chiamavi quelli.

Direte che è una cosa di poco conto, vero. Di pochissimo conto. Certo. Di fronte alle cose brutte della vita, cosa volete che sia perdere le cose fisse? Niente. Ok.

Ma se la prendi leggermente più larga, lo capisci subito cosa voglia dire. Il numero fisso non è solo un fottuto numero fisso, non è un’invenzione di un sofista. Il numero fisso allude ad un collettivo, allude ad una famiglia. Quello è il numero di quella famiglia.

Non solo, amici miei. Il numero fisso, col suo bel prefissino fisso, ti diceva anche di che zona fossi. Tutti quelli di Piacenza avevano il loro bel 0523 davanti, come fosse un accento. Tutti quelli di un comune avevano cifre simili all’inizio del numero.

Si faceva parte di qualcosa, perdio. Non si era soli al mondo, con un proprio numero lungo lungo, come le matricole dei carcerati.

Chiamavi un gruppo di persone che erano dentro un gruppo di case che facevano parte di un gruppo di paesi che faceva parte di un gruppo di qualcosa.

Adesso di che cosa diamine facciamo parte?

Allora mi hanno detto ma cosa vuoi che sia, oggigiorno ci perdi e basta a tenere un numero fisso, che ti chiamano solo i telescocciatori. E come dargli torto, ma siamo proprio sicuri che non ci abbiamo perso niente?

Con sta mania del mobail, dell’uno contro tutti, del ciascun per sé e poi si vede, abbiamo perso i telefoni fissi, i posti fissi, le persone fisse.

È una dromomania perenne, l’impossibilità di dare una singola fottuta cosa per scontata.

Infoglut come non ci fosse un domani (less is more, ma poi fate come volete)

Tag

, ,

Oh, amici, va bene che bisogna stare al passo, che la formazione non finisce mai, che la scuola dura tutta la vita e tutte quelle belle cosine lì.

Però è anche vero che se non riusciamo a delimitare un minimo quello che serve sapere da quello che non serve sapere (volevo essere più cattivo e scrivere che serve non sapere, ma ho tralasciato) non ce la possiamo proprio fare.

Eh no, pensateci bene, non ce la potremo proprio più fare.

Non ha senso vivere con sensi di colpa perché non si è fatto in tempo a leggere i 247 post interessanti che la tua community di appartenenza ha scritto ieri (e ci sono community per tutti i lavori del mondo, anche per i guardiani dei fari). Che cappero di esistenza è?

Tutto questo proliferare di professori, di pagine di professori, video tutorial, dirette su Facebook, corsi dei corsi di formazione, festival e appuntamenti imperdibili di varia natura, ha finito con il sottolineare tutto. Come se uno si fosse comprato un manuale di 2500 pagine e l’avesse sottolineato tutto, da capo a piedi, in vista di un esame.
malesani
Se non riusciamo a capire cosa ha senso da cosa è un rumore di sottofondo, corriamo il rischio di perdere realmente le sole 4-5 cose veramente utili che ogni tanto passano di qua.

Per cui so che non lo farete, ma io vi invito a stare tutti calmi, cazo, come diceva Malesani. Che so io, cucinate, portate in giro il cane, guardate un film, regalatevi un massaggio, se proprio non sapete che fare pulite il box doccia, che di certo quello ha sempre bisogno di essere pulito un po’.

Concimate i fiori, perché no?

Vedrete che si riesce a vivere easy anche senza scrivere o condividere 16 post tecnicissimi e all’avanguardia ogni giorno.

Badate alla vita, insomma.

E noi, dal canto nostro, sapremo che quando esce qualcosa, vale la pena di leggerla.

Ma così no, dai, fate i bravini.

Sul perché è meglio andare in giro con una gomma

Tag

, ,

Si fa presto a dire “cancellare”.

All’azione del “cancellare” molto spesso leghiamo i concetti di “errore”, “rifare”, tornare indietro”, qualcosa di negativo, tutto sommato.

Si cancella se si ha sbagliato. Gli informatici direbbero control zeta. Invece basta avere una vecchia scheda del bancomat per rendersi conto che andare in giro con una gomma nella saccoccia, in definitiva, è un atto meritorio, che può far comodo in diverse occasioni. gomma_cancellare

Sì perché ho scoperto che quando non ci funziona la scheda del bancomat, o postamat o quel che è, si dice che sia prassi assai virtuosa e taumaturgica quella di cancellare, di passare una bella sgommata sul chip, che miracolosamente torna a nuova vita.

Provare per credere.

Così l’altra sera arrivo lì bello tronfio, pronto a esercitare il mio diritto di cancelliere, con la gomma in saccoccia, che niente, per la prima volta nel suo recente passato, la scheda ha deciso di funzionare.

Accadimento che, come capirete, lascia intendere altri concetti:

  • l’importanza, nella vita, della minaccia (leggasi anche deterrente)
  • la validità delle leggi di Murphy, che se ti dimentichi qualcosa, sicuramente ti sarebbe servito e se non te lo dimentichi, non ti servirà mai
  • la bellezza di poter prelevare in santa pace e rientrare verso casa pensando alle gomme del mondo

Pensando, più che altro, che dove finisce una gomma, grosso modo inizia sempre una matita e che la gomma di per sé fa anche poco, se poi nessuno ha voglia di ri-scrivere.

Poi ho anche pensato (che quando metti in moto gli ingranaggi, non li tieni più) alla bellezza del “condivivere”, il fare insieme le cose come condimento, sugo, del vivere quotidiano, ho scoperto che esiste Ezio Bosso e tante altre cosine simili.

Così belle che manco mi viene voglia di cancellarle.

Bios e tecnica

Tag

, ,

Stasera stavo pensando alle giornate che si allungano, a quanti minuti di luce recuperiamo ogni giorno. Allora mi sono detto che sarebbe bello ogni sera postare come stato su Facebook (tanto se ne postano tanti!) l’orario in cui il giorno dopo ci saranno il tramonto e poi l’alba.

Poi ho cercato di capire come mai io subisca così tanto il fascino di queste vicende infuso-di-ortica_NG1geografico-metereologiche e mi sono risposto che non lo so, in definitiva, ma in effetti vado matto per i moti delle correnti, capire come si formano i venti, come funzionano le maree o gli sbarramenti dell’alta pressione. Ho capito che più in generale vado matto per tutto quello che parla di vita, che sia uomo o Natura tout court.

Lì per lì mi è venuto un po’ da maledirmi, perché col senno del poi avrei potuto studiare geografia o metereologia o scienze naturali o chissà che altro, ma poi in realtà ho capito che anche Lettere studia l’uomo (dal di dentro) e allora va bene così. Che secondo me solo 2 materie studiano l’uomo e quelle sono Lettere (Filosofia) e Medicina. Una lo studia dal di dentro, come fuziona a livello di sentimenti; e l’altra lo studia dal di fuori, ossia come funziona a livello di nervi, telaio, moto, muscoli volontari o meno.

Alla fine mi sono venuti in mente tutti quelli che si sbagliano. Tutti quelli che non si ricordano che è stato l’uomo, ad un certo punto, ad introdurre le discipline tecniche e non il contrario. È stato l’uomo, per vivere meglio, che ha disciplinato certi ambiti del sapere, li ha scandagliati, catalogati e riassunti con certi princìpi. È l’uomo che fa nascere l’informatica, non è l’informatica che ha creato l’uomo.

Per questo vorrei esortare tutti a tenerlo a mente: dobbiamo restare umani dacché l’uomo è al centro. Anche quando vendiamo un prodotto, teniamo a mente che siamo un essere umano che si rapporta ad un essere umano. Quando dobbiamo decidere per le nostre politiche ambientali, teniamo conto che gli scarichi delle auto teoricamente dovrebbero essere funzionali alla nostra vita e non è la nostra vita che è funzionale agli scarichi.

È vero che senza tecnici non sapremmo arrivare a domani, per cui viva i tecnici e che dio li conservi in salute, ma consideriamo che dietro ogni numero, dietro ogni legge matematica, dietro ad ogni amperaggio o voltaggio, dietro ad ogni computazione, addizione, moltiplicazione e quant’altro, c’è la vita naturale. Siamo così tanto intimamente connessi ai bit (e questo post lo dimostra), che è sempre più fatica distinguere l’uomo dal non-uomo, per questo forse non sarà mai superfluo un pochino di esercizio quotidiano, per ripeterci che al centro c’è l’uomo, deve restare l’uomo.

La cosa bella di tutto questo è che quando uno cerca di mettere l’uomo al centro, gli altri esseri umani, se non se ne accorgono del tutto, almeno in qualche modo lo intuiscono.

Ecco da chi ha imparato Charles

Non era più un viaggio, era una specie di malattia. I membri di quel concilio mattutino, a esaminarli dal mio angolo, mi sembravano tutti gravemente malati, malarici, alcolizzati, sifilitici senza dubbio, di una decadenza visibile a dieci metri che mi consolava un po’dei miei malanni personali. Dopo tutto erano dei vinti, proprio come me, quei Matamori!… Facevano ancora gli smargiassi ecco tutto! L’unica differenza! Le zanzare s’erano già incaricate di succhiarli e distillargli a piene vene di quei veleni che non se ne vanno più… Il treponema a quell’ora gli limava già le arterie… L’alcool gli smangiava il fegato… Il sole gli spaccava i rognoni… Le piattole gli si incollavano ai peli e l’eczema alla pelle del ventre… La luce sfrigolante avrebbe finito per arrostirgli la retina!… In poco tempo cosa gli sarebbe restato? Un pezzo di cervello… Per farci cosa? Ve lo domando… Là dove andavano? Per suicidarsi? Poteva servirgli solo a quello, il cervello, là dove andavano… Si ha un bel dire, è poco divertente invecchiare in paesi dove non ci sono distrazioni… Sei costretto a guardarti nello specchio via via più muffo, che diventi sempre più decaduto, sempre più loffio… Fai in fretta a marcire, nelle verzure, soprattutto quando fa un caldo atroce.
Il Nord almeno ti conserva le carni; sono pallidi una volta per tutte quelli del Nord. Tra uno svedese morto e un giovane che ha dormito male, poca differenza. Ma chi va nelle colonie è già tutto pieno di bacherozzi il giorno dopo lo sbarco. Non aspettavano che loro questi vermetti infinitamente laboriosi e li lasceranno solo dopo che la vita se n’è andata da un po’. Sacchi per larve.

[…]

Sulla destra della panchina s’apriva per l’appunto un buco, largo, direttamente sul marciapiede tipo il metrò da noi. Quel buco mi parve adatto, grosso com’era, con dentro una scala tutta di marmo rosa. Avevo già visto molta gente per strada sparirvi e poi tornarvi fuori. Era in quel sotterraneo che andavano a fare i loro bisogni. Capii subito come girava. In marmo anche la sala dove capitava la cosa. Una specie di piscina, però svuotata di tutta l’acqua, una piscina infetta, colma soltanto d’una luce filtrata, fioca, che veniva a smorire là sugli uomini sbottonati in mezzo ai loro odori e tutti paonazzi a sbrigare le loro sporche faccende davanti a tutti, con rumori barbari.
Tra uomini, così, alla buona, fra le risate di tutti quelli che erano intorno, accompagnati da incoraggiamenti che si scambiavano come al football. Prima si levavano la giacca, come per fare una prova di forza. Si mettevano in tenuta, insomma, era il rito.
E poi tutti sbracati, ruttando e peggio, gesticolando come nel cortile dei matti, si installavano nella caverna fecale. I nuovi arrivati dovevano rispondere a mille scherzi schifosi mentre scendevano i gradini dalla strada; ma sembravano tutti compiaciuti lo stesso.
Quanto più lassù sul marciapiede si comportavano bene gli uomini, formalmente, tristemente anche, tanto più qui la prospettiva di potersi svuotare le trippe in tumultuosa compagnia sembrava liberarli e rallegrarli intimamente.
Le porte dei gabinetti abbondantemente imbrattate pendevano, divelte dai loro cardini. Passavano dall’una all’altra cella per chiacchierare un po’, quelli che attendevano un posto vuoto fumavcelineano dei sigari pesanti battendo sulla spalla dell’occupante al lavoro, lui, ostinato, la testa corrugata, rinchiusa fra le mani. Molti ci facevano dei forti gemiti, come dei feriti o delle partorienti. Minacciavano gli stitici di torture ingegnose.
Quando uno scroscio d’acqua annunciava un posto vacante, raddoppiavano i clamori attorno all’alveolo libero, e allora sovente se ne giocavano il possesso a testa o croce. I giornali appena letti, anche se spessi come piccoli cuscini, finivano istantaneamente disciolti nella mota di quei lavoratori rettali. Si distinguevano male le facce per il fumo. Non osavo troppo avanzare verso di loro a causa degli odori.
Quel contrasto era proprio fatto per sconcertare uno straniero. Tutto quello sbracamento intimo, quella formidabile familiarità intestinale e in strada quella perfetta aria contegnosa! Ci restavo stravolto.

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

Stare zitti è il solo modo per poter dire tutto

Tag

, ,

Forse una delle poche cose brutte del silenzio è che non lascia traccia. Tu fa silenzio tutt’una vita e poi vedrai cosa rimane di te: niente.

Perché altrimenti il silenzio sarebbe da abbracciare sempre, altroché. Di per sé è la sola cosa che riesce a dire tutto. Più fai silenzio e più dici. Un esempio? Se uno non dice niente gli altri potrebbero pensare “guarda te quello lì, chissà a cosa pensa. Magari sta pensando alle mandorle, oppure alle sottilette più spesse. O magari ai regali di Natale o alla Tasi che lui non ha. O al mercato immobiliare o al rinnovo del medico di base. Oppure sta vagando nei campi del Tennessee (e come vi era arrivato, chissà) o sta pensando alle ciliegie, se si scrivano con o senza i (che la grammatica è una cosa ahimé grave). Oppure agli indici di crescita presunta del 2016 o a Giovanni Giolitti, Ernesto Che Guevara, Enrico Mattei, Giacomino Leopardi o tutti gli eroi di un glorioso passato. Ai sentimenti, ai nervi (s)coperti, ai rapporti tra gli uomini e tra le cose, alla libertà di poter aver del tempo per pensare, anche a niente”.

Finché non dici, lasci intendere tutto. Ma quando ti esprimi, allora no. Allora tra tutte le cose che potevi esprimere, hai scelto di esprimere quella lì e non si torna indietro. Esprimere significa scegliere. E scegliere, per complementarità, significa scartare. Una bella fregatura. In un mondo che offre cose da dire ad ogni cantone, tu hai scelto di dire quella cosa lì.

Per questo ho deciso di dire il meno possibile, quando possibile, specialmente in periodi in cui verrebbe facile parlare, poiché la società offre generosamente tantissimi spunti su cui sproloquiare.

Probabilmente il silenzio di questo blog, che oramai sta per diventare novenne deriva dal fatto che desidererei dire tutto e non dire niente è il solo modo per farlo.

Ma siccome anche dire di non dire è pur sempre esso stesso un dire, allora non dico più niente e mi ascolto una canzone.

Il significato di Netflix (o giù di lì)

Sto per parlare di una cosa che non conosco. Del resto quando si parla di cose che si conoscono, si rischia di essere troppo precisi e poco visionari.
Per altro, per dire le cose che sto per dire, mica mi serviva Netflix. Però Netflix di certo mi aiuta ad essere capito meglio. Di preciso che cosa sia Netflix non lo so, ma grosso modo ho capito che è una piattaforma internet che dietro la corresponsione di un modico abbonamento, ti lascia fruire tra film e serie televisive, tutto rigorosamente legale (è qui forse il grosso della novità).

I significati che traggo da questa notizia, che di per sé sarebbe anche mediamente trascurabile, sono due. Il primo è la conferma che oramai Internet è “il” media che tutto muove e tutto può. Dopo aver fagocitato la telefonia con Skype, Whatsapp e similari (con buona pace di Vodafone, Tim e compagnia cantante), ora sta facendo altrettanto con il cinema, la radio e la televisione, per diventare una specie di media nel media, la summa della convergenza digitale, di cui non potrà mai più fare a meno l’uomo del futuro. Se nel 2009 alcune persone mi domandavano “digital divide che..?” quando parlavo della mia discussione di laurea, oggi per fortuna le cose sono un poco cambiate e anche un villaggio di montagna come Morfasso può vantarsi di avere una bolla Wi Fi in piazza.

Nerd_al_computer Ma il vero significato che mi sta a cuore è il secondo. L’uomo di internet, il nerd postmoderno, ha un’infinita serie di tavolozze dalle quali attingere per dipingere le pareti di casa propria dei colori che preferisce. Ho il sospetto che le case diventeranno sempre più confortevoli, le abitudini sempre più radicate, i propri gusti sempre più soddisfatti, così che mancheranno completamente le spinte per uscire e cercare qualcos’altro di fuori. Ho il sospetto che tutti, anche quelli meno nerd in assoluto, diventeranno dei nerd perché con internet ognuno si crea il mondo che vuole, segue quello che vuole, dà sfogo alle proprie passioni a basso costo, a km zero. Dunque il vero significato di Netflix è che non manca molto perché il mondo sia popolato da nidi e tane. Fuori l’ostilità rappresentata dall’altro, minaccioso che vuole intrufolarsi nel paradiso ovattato; dentro il piacere rassicurante di un palinsesto di cui ognuno è il dio creatore e l’utente finale. Un mondo che nasce e termina dentro di sé e non ha bisogno di altri riscontri.

Dare a ciascuno la possibilità di trovare dentro casa quello che cerca, significa promuovere una desertificazione delle strade, dei centri commerciali, dei punti di aggregazione. Sarò scemo io, non lo nego, ma mi piacerebbe misurare l’affluenza media dei centri commerciali oggi, al sabato e alla domenica, e confrontarla con quella che potremo registrare tra 4-5 anni. Scommettete?

La deriva del genere umano, che Netflix sapientemente incarna, è fortemente dis-socializzante.

Sull’ambizione, la paura e la vergogna

Tag

,

Grosso modo, sono stato sempre un bravo studente. Nel senso che facevo i compiti e cercavo di sapere cosa dire una volta che venivo interrogato. Anche alle superiori, in età più matura, sono stato il solo della mia classe ad avere 10 in condotta dal primo quadrimestre della prima all’ultimo della quinta.

Qualcuno è finito col credere che io fossi ambizioso. Nient’affatto. Forse pauroso? Forse.

In realtà il motore più forte di ogni cosa è la vergogna. Pensateci bene. Quando studiavo alle elementari non era per ambizione di diventare qualcuno che conta, figuratevi cosa me ne frega di essere qualcuno che conta e di assumermi tutte le sue beghe!

Non è stato per paura di sentirmi dire qualcosa o di vedermi proibita qualcosa, per castigo. È stato solo per vergogna, proprio così. Quando qualcuno mi diceva come mai studiassi, visto che tanto a nessuno importava qualcosa, io rispondevo che mi vergognavo quando poi la maestra mi chiedeva le cose e io non le sapevo.

Io studiavo solo per sapere cosa dire alle varie domande, così non avrei avuto ragione di vergognarmi di essere un somaro. La vergogna secondo me è un sentimento molto molto forte, che l’Italia troppo spesso ha dimenticato.

Capita così che i bambini, tanto bravi nel vergognarsi, piano piano vengano corrotti dai cosiddetti grandi (grandi de che?) e che perdano la loro naturale propensione alla vergogna. vergogna

Quando perdiamo l’istinto naturale alla vergogna e diventiamo smaliziati e uomini di mondo, ecco, secondo me, abbiamo perso tutto.

Io farei un bel corso universitario di vergogna, che fosse propedeutico a tutti gli altri esami, ché un popolo senza vergogna è un popolo che non si impegnerà in niente.