Tag

, , , ,

Ero lì che brandellizzavo le povere melanzane – che di lì a poco avrebbero costituito la base di un succulentissimo condimento per pastasciutta – quando ho pensato che sono un meschinello.

E fin qui, niente di nuovo.

Poi, va a capire perché, m’è venuto in mente che ce ne saranno molti altri, di meschinelli come me. Allora lì per lì mi son detto tipo che mal comune mezzo gaudio, ma poi mi sono subito sgridato, perché quella cosa del mal comune e del mezzo gaudio, secondo me, l’hanno inventata i pochi, per dire ai molti di stare buoni e cari, a cuccia, che intanto loro se la godono.

Comunque.

Comunque poi ho capito che delle volte invece è vera la cosa del mal comune e del mezzo gaudio ed è lì che è venuto a trovarmi Giacomino.

Quasi mai, ma alcune volte siamo invece profondamente accomunati tra noi. E non solo tra noi, ma addirittura anche con tutti gli altri esseri viventi. Per esempio nel nostro comune rapporto con la natura, intesa come nostra madre, o matrigna che dir si voglia.

Tutti noi saremo chiamati, chi prima chi dopo, a vivere momenti di profondo scoramento, di somma perdizione. Tutti noi, nessuno escluso (nemmeno gli oligarchi), dovremo trovare le forze quando non sapremo nemmeno di averle.

A tutti, prima o poi, capita per esempio il destino di diventare orfano. La morte fa parte della vita, dunque siamo destinati ad essere abbandonati, prima o poi. Siamo destinati a perdere dei riferimenti, a cavarcela da soli, a raddrizzare la mira.

Ed è lì che vale Giacomino.

Sì, perché nonostante sia conosciuto dai più come il cantore del più cupo pessimismo, nonostante sia considerato una specie di Quasimodo sfortunatissimo, che ha potuto pensare quel che ha pensato solo grazie ad una serie inimmaginabile di storpiature, Leopardi in realtà ci ha lasciato (per chi riesce a rendersene conto) un messaggio di una DIROMPENTE FORZA SOCIALE.

Il testamento di Leopardi è tutto tranne che pessimista. È una specie di ginseng intellettuale, un energizzante del pensiero.

Giacomino ci dice che ci saranno mille e poi mill’altre difficoltà, che tutti, nessuno escluso, siamo destinati a soffrire, ma che, proprio per questo, dobbiamo assolutamente fare un’umana catena: possiamo consorziarci, farci vicendevolmente forza, prestarci mutuo soccorso.

Già nel Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827, ci spacca il cuore con parole che non possono lasciarci indifferenti e che, una volta per tutte, spero possano restituire un’idea più giusta di lui:

[…] attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora  […]

Pessimista cosmico, eh?

Questo tema verrà poi ripreso pressoché in punto di morte, nella Ginestra del ’36.

Nella sua breve vita, (muore a Napoli nel 1837, 15 giorni prima di compiere 39 anni), dunque – contrariamente a quanto si carpisce dalla più semplice vulgata studiata a scuola – io ci vedo piuttosto un messaggio rivoluzionario e dirompente: siamo veramente tutti sulla stessa barca, bestie e uomini, e fare VERAMENTE del mal comune un mezzo gaudio è la sola difesa che abbiamo, la sola strada che abbia un senso percorrere.

Annunci