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Stavo sentendo una canzone, una canzone bella, per altro. Una canzone che dice 18 anni sono pochi per conoscere il futuro.

E niente.

Poi sono uscito e ho visto due presumibilmente 30enni, presumibilmente morosi, che camminavano insieme (verso chissà dove) e lui le diceva che quel tale è il capo del reparto … (non ho fatto in tempo a sentire).

Allora ho pensato che ogni stagione ha le sue. A 18 anni pensi all’esame di quinta, alle ragazze, ai calciatori. E speri di cavartela, in qualche modo. La gente ti dà anche credito, per carità. Ti ammazzano ma piano, per il fatto che sei giovane, hai 18 anni dopotutto.

Poi arriva il momento della patente, le prime uscite, i genitori che si preoccupano, il ghiaccio sulla strada. Piano piano si passa dal “ha solo 18 anni” a “ha già 18 anni”.

L’anagrafica, dopo tutto, conta. Comporta skills, li chiamano così gli inglesi. L’anagrafica dovrebbe comportare anche tutto un portato di maturità, di miglioramenti, di sapersela cavare, che gli altri mica ci possono essere sempre.

Il fatto, amici miei, è che l’anagrafica è un dato che molto spesso è completamente distaccato da tutto il resto. L’anagrafica ha a che fare coi numeri. Se hai 1982 sul foglio, allora sono 35, e così via.

Ma tu magari sei ancora uguale, o ti senti tale. Semplicemente dalla patente, come diceva quel ragazzo lì che camminava chissà dove con quella ragazza lì, sei passato adesso a preoccuparti del tale che è capo del reparto salcazzo.

Cioè noi restiamo molto spesso immutati, quello che cambia è quello che dovremmo rappresentare, alla luce della nostra anagrafica.

E se 18 anni sono pochi, come urla qui sotto Venditti, implorando un minimo di comprensione e tolleranza, a 40 anni e 60 anni le cose cambieranno e molti di quelli che ti davano credito non ci saranno nemmeno più.

Ma siamo sempre noi, per dio. Siamo sempre umani. Sono cambiate solo le preoccupazioni e gli acciacchi. Il numero di capelli e di denti, ma siamo noi, per dio. Siamo quei 18enni qualche anno dopo. O no?

Sono pochi anche 65 anni, altroché, mica solo 18.

Allora io penso agli anziani e mi commuovo. Io penso agli anziani quando mangiano il gelato.

Non c’è niente di così bello, nel mondo che conosco, come vedere un anziano che mangia il gelato.

Fateci caso.

Il gelato piace a tutti, grandi e piccini, maschi e femmine. Il gelato è democratico. Ma nessuno lo mangia con tale entusiasmo innocente come l’anziano.

Se vedi un anziano che mangia il gelato, non faticherai a trovarci entusiasmo, ma soprattutto vedrai gli occhi del bambino. Gli pare di farla grossa, a lui, a mangiare il gelato, che è cosa da bambini.

Magari ha anche il diabete, va a capire.

E invece mangia il gelato e gli pare di tornare a vivere, in quel momento. Io aprirei una gelateria solo per poter vedere un po’ di anziani mangiare il gelato, che è una delle cose più belle che si possono vedere, in vita.

Quando penso ai miei nonni, che non ci sono più, per esempio, nella mia mente non li vedo mai che soffrono – e hanno sofferto moltissimo.

Io li vedo che mangiano il gelato.

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