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Non lo so, ci dev’essere qualcosa in Genova. È abbastanza raro e fa abbastanza specie trovare in una sola città una tale moltitudine di anime inquiete, poetiche, illuminanti.

Molto spesso, molte persone, mi hanno domandato che cosa mi spingesse, e mi spinga, ad andare a Genova, come fosse un pellegrinaggio a La Mecca che ogni anno, anche più volte, mi sento di dover compiere. E io non lo so. Non ho mai saputo rispondere in maniera definitiva.

Poi viene a mancare Paolo Villaggio – che forse meglio di tutti ha saputo condensare quello sguardo torvo, diffidente, dissacrante e fortemente guardingo tipico dei Liguri, di chi è avvezzo dai tempi antichi a sfidare il meteo e le asperità del territorio – e mi viene come più facile rispondere.

Si va a Genova per respirare le genovesità, semplicemente. Che non è dentro ai musei, non è nelle navi da crociera e non è nemmeno nei “belvedere delle torri”. La genovesità la si trova proprio in quello che è quasi sempre criticato, in quel pozzo di piscio e cemento, per usare le parole di un altro grande padre della città.

Da Tenco a Lauzi, da Caproni a De Andrè, da Gino Paoli a Paolo Villaggio, si capisce come venga naturale, percorrendo quelle vie, godendo di quegli scorci, elevare l’anima ad un gradino più sopra.

Forse a Genova si riesce a vederci più chiaro e a prendere la vita come viene, come una tempesta o una giornata di sole, come un giorno ricco di pescato o una crisi di reti vuote.

Ed è questo che sostanzialmente ha fatto il nostro Paolo: ci ha insegnato a ridere delle nostre sfortune e delle nostre miserie, ci ha offerto un modo un poco più divertente di sopportare le nostre quotidiane tribolazioni, giacché siamo qua.

Sarebbe un delitto essere tristi, pensando a lui, preferisco ricordarlo con le sue sferzanti satire, ancora più belle quando messe in musica da De André, il suo “amico fragile”.

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