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Ma quanto è bello il suggeritore, quello che non so di preciso come si chiami, ma che un tempo certamente si sarebbe chiamato t9 o qualcosa del genere?

Mi stavo appuntando due concetti al volo, fintanto che li avevo pensati, e niente, scrivo “nostalgia” e zac, il suggeritore lì vicino mi suggerisce, per l’appunto, “canaglia”.

Lo sa anche lui che la nostalgia è una canaglia?

Il fatto è che rientrando al lavoro avevo visto i papaveri. Quelli rossi, che da piccolo li aprivi, poverini, quando erano ancora in bocciolo, per vedere se si erano già formati del tutto o se erano ancora rosa o di qualche altro colore. Che da piccolo puoi fare delle cose sceme, coperto dal fatto che sei piccolo e non capisci una cippa. Poi diventi grande e capisci ancora meno e non sei più coperto e allora tutti si arrabbiano. Ci sta.

Comunque niente, ero lì che ho avvistato i rarissimi papaveri di cui disponiamo in natura, e ho pensato “dioppò, i papaveri, che fighi!”, e subito dopo mi son detto “e le lucciole?”. Un tempo c’erano papaveri e lucciole senza un perché e si stava fuori a giocare a calcio nella strada ed era tutto uno sbrilluccichìo di lucciole e si correva liberi che di pericoli non ce n’era.

Poi mi son detto che se lo sa qualcuno, che faccio sti pensieri qui, sarebbe pure capace di pensare che io sia nostalgico, eh?

E non è mica permesso, oggigiorno, essere nostalgici. È vista come una debolezza, come uno strenuo sforzo di resistere al normale decorso degli eventi, alla normale prosecuzione della faccenda. Non si parla di invecchiamento ma di crescita, non di abbandoni ma di saluti.

E invece te sei lì che vedi i papaveri, poverini, tutti belli sbocciati e rossi e pensi che a cavallo tra l’80 e il 90 avevi già delle Converse nere, le prime della tua vita, tutte scarabocchiate nelle parti bianche, con i nomi dei calciatori e via discorrendo, e che con queste Converse scarabocchiate ci davi in mezzo alle lucciole e ai papaveri.

E in quel momento, in preda a tutta quella svenevolezza da cuori teneri, mi son chiesto perché faccia così tanta paura, la nostalgia.

Più in generale perché si debba leggere necessariamente in chiave negativa, come una cosa triste e non, più semplicemente, come il piacere di aver vissuto quel che si ha vissuto (intanto che ancora non si conosce quel che si vivrà).

Qualcuno a simili rimostranze saprebbe rispondere per le rime, è proprio il caso di dirlo. Giacomino per esempio risolveva la questione coi positivisti dell’Ottocento con la clamorosa supercazzola della Ginestra (dipinte in queste rive son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive), ma io che non sono Giacomino vi invito più semplicemente a non smerigliare troppo con la vostra felicità a comando e a lasciarmi gioire, per esempio, se ritrovando i papaveri vengo pervaso dalla nostalgia, nostalgia canaglia.

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