Non era più un viaggio, era una specie di malattia. I membri di quel concilio mattutino, a esaminarli dal mio angolo, mi sembravano tutti gravemente malati, malarici, alcolizzati, sifilitici senza dubbio, di una decadenza visibile a dieci metri che mi consolava un po’dei miei malanni personali. Dopo tutto erano dei vinti, proprio come me, quei Matamori!… Facevano ancora gli smargiassi ecco tutto! L’unica differenza! Le zanzare s’erano già incaricate di succhiarli e distillargli a piene vene di quei veleni che non se ne vanno più… Il treponema a quell’ora gli limava già le arterie… L’alcool gli smangiava il fegato… Il sole gli spaccava i rognoni… Le piattole gli si incollavano ai peli e l’eczema alla pelle del ventre… La luce sfrigolante avrebbe finito per arrostirgli la retina!… In poco tempo cosa gli sarebbe restato? Un pezzo di cervello… Per farci cosa? Ve lo domando… Là dove andavano? Per suicidarsi? Poteva servirgli solo a quello, il cervello, là dove andavano… Si ha un bel dire, è poco divertente invecchiare in paesi dove non ci sono distrazioni… Sei costretto a guardarti nello specchio via via più muffo, che diventi sempre più decaduto, sempre più loffio… Fai in fretta a marcire, nelle verzure, soprattutto quando fa un caldo atroce.
Il Nord almeno ti conserva le carni; sono pallidi una volta per tutte quelli del Nord. Tra uno svedese morto e un giovane che ha dormito male, poca differenza. Ma chi va nelle colonie è già tutto pieno di bacherozzi il giorno dopo lo sbarco. Non aspettavano che loro questi vermetti infinitamente laboriosi e li lasceranno solo dopo che la vita se n’è andata da un po’. Sacchi per larve.

[…]

Sulla destra della panchina s’apriva per l’appunto un buco, largo, direttamente sul marciapiede tipo il metrò da noi. Quel buco mi parve adatto, grosso com’era, con dentro una scala tutta di marmo rosa. Avevo già visto molta gente per strada sparirvi e poi tornarvi fuori. Era in quel sotterraneo che andavano a fare i loro bisogni. Capii subito come girava. In marmo anche la sala dove capitava la cosa. Una specie di piscina, però svuotata di tutta l’acqua, una piscina infetta, colma soltanto d’una luce filtrata, fioca, che veniva a smorire là sugli uomini sbottonati in mezzo ai loro odori e tutti paonazzi a sbrigare le loro sporche faccende davanti a tutti, con rumori barbari.
Tra uomini, così, alla buona, fra le risate di tutti quelli che erano intorno, accompagnati da incoraggiamenti che si scambiavano come al football. Prima si levavano la giacca, come per fare una prova di forza. Si mettevano in tenuta, insomma, era il rito.
E poi tutti sbracati, ruttando e peggio, gesticolando come nel cortile dei matti, si installavano nella caverna fecale. I nuovi arrivati dovevano rispondere a mille scherzi schifosi mentre scendevano i gradini dalla strada; ma sembravano tutti compiaciuti lo stesso.
Quanto più lassù sul marciapiede si comportavano bene gli uomini, formalmente, tristemente anche, tanto più qui la prospettiva di potersi svuotare le trippe in tumultuosa compagnia sembrava liberarli e rallegrarli intimamente.
Le porte dei gabinetti abbondantemente imbrattate pendevano, divelte dai loro cardini. Passavano dall’una all’altra cella per chiacchierare un po’, quelli che attendevano un posto vuoto fumavcelineano dei sigari pesanti battendo sulla spalla dell’occupante al lavoro, lui, ostinato, la testa corrugata, rinchiusa fra le mani. Molti ci facevano dei forti gemiti, come dei feriti o delle partorienti. Minacciavano gli stitici di torture ingegnose.
Quando uno scroscio d’acqua annunciava un posto vacante, raddoppiavano i clamori attorno all’alveolo libero, e allora sovente se ne giocavano il possesso a testa o croce. I giornali appena letti, anche se spessi come piccoli cuscini, finivano istantaneamente disciolti nella mota di quei lavoratori rettali. Si distinguevano male le facce per il fumo. Non osavo troppo avanzare verso di loro a causa degli odori.
Quel contrasto era proprio fatto per sconcertare uno straniero. Tutto quello sbracamento intimo, quella formidabile familiarità intestinale e in strada quella perfetta aria contegnosa! Ci restavo stravolto.

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte

Annunci