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Forse una delle poche cose brutte del silenzio è che non lascia traccia. Tu fa silenzio tutt’una vita e poi vedrai cosa rimane di te: niente.

Perché altrimenti il silenzio sarebbe da abbracciare sempre, altroché. Di per sé è la sola cosa che riesce a dire tutto. Più fai silenzio e più dici. Un esempio? Se uno non dice niente gli altri potrebbero pensare “guarda te quello lì, chissà a cosa pensa. Magari sta pensando alle mandorle, oppure alle sottilette più spesse. O magari ai regali di Natale o alla Tasi che lui non ha. O al mercato immobiliare o al rinnovo del medico di base. Oppure sta vagando nei campi del Tennessee (e come vi era arrivato, chissà) o sta pensando alle ciliegie, se si scrivano con o senza i (che la grammatica è una cosa ahimé grave). Oppure agli indici di crescita presunta del 2016 o a Giovanni Giolitti, Ernesto Che Guevara, Enrico Mattei, Giacomino Leopardi o tutti gli eroi di un glorioso passato. Ai sentimenti, ai nervi (s)coperti, ai rapporti tra gli uomini e tra le cose, alla libertà di poter aver del tempo per pensare, anche a niente”.

Finché non dici, lasci intendere tutto. Ma quando ti esprimi, allora no. Allora tra tutte le cose che potevi esprimere, hai scelto di esprimere quella lì e non si torna indietro. Esprimere significa scegliere. E scegliere, per complementarità, significa scartare. Una bella fregatura. In un mondo che offre cose da dire ad ogni cantone, tu hai scelto di dire quella cosa lì.

Per questo ho deciso di dire il meno possibile, quando possibile, specialmente in periodi in cui verrebbe facile parlare, poiché la società offre generosamente tantissimi spunti su cui sproloquiare.

Probabilmente il silenzio di questo blog, che oramai sta per diventare novenne deriva dal fatto che desidererei dire tutto e non dire niente è il solo modo per farlo.

Ma siccome anche dire di non dire è pur sempre esso stesso un dire, allora non dico più niente e mi ascolto una canzone.

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