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Stasera ero lì che pensavo a quegli indigeni di cui avevo visto un documentario chissà quando. Su quell’isola della Papua Nuova Guinea o qualcosa del genere. Che non hanno carceri, che tanto non c’è niente da rubare e hanno una specie di pasta che va bene per tutto. Non so più se è un ricavato dei tuberi della curcuma o qualche altra spezia, ma è una pasta che impiega tutto il ciclo lavorativo di tutto il villaggio, solo per ricavarci una palla di pasta ogni anno e poi questa pasta viene diluita o polverizzata e cura ogni cosa.

Una specie di mamma buona, di roba magica, che ne metti un po’ dove serve, e hai risolto. Figo, no?

Allora poi – per ste cose che ne basta un pochino per fare andare bene tutto il resto – m’è venuta in mente la mitica mar dl’arsé’n, ossia nella mia lingua autoctona, la madre dell’aceto, quella specie di misterioso intruglio melmoso che esiste dalla notte dei tempi (a casa credo che la nostra madre dell’aceto risalga ancora all’Ottocento o poco ci manca) e che serve a far sì che sempre tutto fili liscio, che il nuovo diventi in qualche modo analogo al vecchio, buono alla stessa maniera.

(tecnicamente è quella melma d’aceto che rimane in fondo alla bottbotti_acetoe, che conserva tutta la memoria acetosa del suo essere, e quando aggiungi anche solo vino novello nella botte, piano piano la madre dell’aceto gli parla e lo convince e lo fa diventare aceto come si deve, altroché).

La madre dell’aceto allora si rivela subito per quella che è: una metafora. La metafora di qualcosa da custodire come preziosissimo, difenderlo dagli attacchi del tempo, tenerlo da parte in una botte all’ombra, e usarla quando necessario, quando il circostante è troppo nuovo o troppo minaccioso o chissà che altro ancora.

Basta una goccia di madre dell’aceto e la puoi diluire in qualsiasi soluzione per trovare la .. soluzione, che gioco di parole, eh? La madre dell’aceto è la cosa di cui abbiamo bisogno, un concentrato della nostra storia.

La madre dell’aceto, amici miei, siamo noi. Ognuno di noi è la sua personale madre dell’aceto. Quel pezzettino di coperta che ti portavi sempre dietro, quel poster che hai messo sù quando avevi 16 anni ed è ancora lì in camera, quelle foto di quella serata o di quel mattino, la cassetta che ti ha fatto un tuo amico, un film preferito, una musica che basta fischiettarla un attimo per capire che non è poi andata troppo male e che se sei stato felice una volta, chissà che non possa ancora capitare.

Questo è un post dedicato ai miei bisnonni, che hanno custodito con cura la madre dell’aceto che ancora posso assaggiare, di tanto in tanto, ed è dedicato a tutti quelli che da qualche parte, anche senza saperlo, hanno un po’ di questa pasta magica, tipo quella che fanno quegli indigeni che vi dicevo qui sopra, che basta spruzzarla o polverizzarla o diluirla sopra le cose brutte della vita, che subito le fanno diventare magari non belle, ma già molto più sopportabili.

E non abbiamo mai avuto bis-sogno come ora di sopportabilità.

E siccome è un post un po’ lento, rendiamolo più veloce con questa canzone. Amen.

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