I bambini c’hanno di buono questo: che devono fare delle cose. Per esempio quando ero bambino io, non è che dovessi poi star lì troppo tempo a capire quali fossero gli obiettivi e via discorrendo. Eri in prima elementare? Dovevi imparare a leggere e scrivere, altroché. Altrimenti poi restavi indietro e imparavi meno degli altri, diventavi uno degli ultimi e non potevi mica fare l’avvocato eccetera.

Ogni giorno era scandito dalla scuola, con i suoi odiosi compiti e le verifiche e tutti che ti giudicavano per quello che facevi, per come assolvevi ai tuoi compiti. E lì per lì, quasi quasi la vivevi male, oh. Sembrava anche una cosa brutta. Poi arrivavano le medie e con queste il dovere di finirle bene, così poi potevi andare alle superiori più difficili e diventare avvocato o dentista o dottore o ingegnere eccetera eccetera.

Anche l’estate, che teoricamente poteva anche essere un grosso contenitore di tempo libero, per te che eri bambino o ragazzino, avevi i compiti dell’estate e tutto quanto. Insomma, diciamocelo, una intricatissima gabbia di doveri, che visti allora erano opprimenti, ma visti oggi erano in definitiva piacevoli. follow-rules-28912872

Invece quando la scuola finisce e diventi grande, i grandi ti aprono la gabbia, ti qualificano (dottore, geometra, ragioniere, operaio, maniscalco, eccetera), ti dicono che sei maturo e bona. Vai.
Dove? Dove vuoi. A fare cosa? Cosa vuoi.

Per questo dico che il dovere assomiglia al piacere: perché sai perfettamente, momento per momento, cosa devi fare. Il grosso vantaggio del dovere è che non ti senti in colpa. Cercate di capirmi: se mentre fai una cosa che devi fare, ti rompi il cazzo e non sei felice, non è colpa tua, non l’hai scelto tu di fare quella cosa lì, non te la puoi prendere con te stesso. La stai facendo perché fa parte dei tuoi doveri, dunque oltre al danno non hai anche la beffa.

Ma quando invece lo scegli tu, cercando di inseguire un piacere, e poi si rivela tutto tranne che piacevole, allora hai anche la beffa, oltreché il danno, perché te lo sei scelto tu. Per questo il dovere nasconde qualcosa di piacevole.

Invece, di contro, il piacere delle volte riesce a nascondere qualcosa di doveroso. Siccome ti sei sbattuto così tanto per fare tutto quello che dovevi fare e ti sei fracassato i marroni nel giusto quantitativo, quando finalmente arriva un pochino di tempo per te, sai che dovresti cercare il piacere. E’ questo il guaio, si capisce? Non è un piacere naturale, che te stai lì e lui arriva, come un premio, come una gratificazione del lavoro svolto. No, lo devi cercare te.

Ma per cercarlo ti serve anzitutto sapere cosa ti piace. E non è mica facile, non lo è per niente. E se hai scelto una cosa, in mezzo e tutte le altre che avresti potuto scegliere, eccolo lì, canaglia, il senso di colpa. Hai scelto di fare un giro in bici? Perfetto: ci scommetto che a metà della salita, col sole a picco, ti dici puttana boia la prossima volta che mi vengono queste idee, è meglio che mi metta a stirare o lavare i piatti.
Hai scelto di non fare niente e stare pigramente davanti alla tele? Perfetto, non fai nemmeno in tempo ad arrivare a metà del tuo programma preferito che ti dici: ma possibile che con tutte le cose che si possono fare, sto sprecando questa bella giornata di sole per vedere la televisione? Non se ne esce. E’ impossibile. Scegli pure quello che vuoi, non vincerai mai. Verrà sempre il momento in cui il tuo piacere non ti piacerà e pensi che avresti fatto meglio a fare questo o quest’altro.

Per questo la ricerca ostinata e cocciuta del piacere, diventa un dovere, per questo dico che si assomigliano.

E quindi? E quindi niente, come al solito. Ma dovremmo smetterla di criticare così tanto il dovere, poverino, che a volte ci salva. E dovremmo smetterla di inseguire così tanto il mito del piacere, che tanto è come l’orizzonte, che se fai un passo, si allontana di un passo.

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