Il lavoro mi stava uccidendo. L’avevo sopportato per dieci anni, sentendomi soltanto spiritualmente indignato per essere forzato a fare un lavoro ripetitivo, stupido. Poi, nell’undicesimo anno, il corpo cominciò a morire. Decisi che avrei preferito ritornare nei bassifondi a piedi nudi piuttosto che morire in sicurezza. Un uomo potrebbe sentirsi sicuro anche in prigione o in manicomio. All’età di cinquant’anni, con il problema di mantenere una figlia, mi sono licenziato. Stranamente questo ha fatto arrabbiare molti miei colleghi: preferivano che morissi con loro invece che da solo.

Fin dall’età di trentacinque anni avevo scritto poesie e racconti. Decisi di morire sul mio campo di battaglia. Mi sedetti alla macchina da scrivere e dissi, adesso sono uno scrittore professionista. Naturalmente non fu proprio così facile. Quando un uomo lavora per anni alla stessa occupazione il suo tempo diventa quello di un altro uomo. Voglio dire, anche con una giornata di otto ore, quella giornata è persa. Sommate il tempo del viaggio, per e dal lavoro, il lavoro vero e proprio, il tempo per mangiare, dormire, fare il bagno, comprare vestiti, automobili, gomme, batterie, pagare le tasse, scopare, ricevere amici, ammalarsi, gli incidenti, l’insonnia, preoccuparsi per la lavanderia e i ladri, se piove o se c’è il sole e per tutte le altre cose che non possono essere enumerate, non resta NEANCHE UN PO’ DI TEMPO per se stessi. E, se lo straordinario viene richiesto spesso, alcune di queste attività indispensabili devono esser eliminate, persino il sonno e, più spesso, le scopate. E per cosa, cazzo?

E addirittura ci sono settimane di cinque giorni e mezzo, di sei giorni lavorativi e alla domenica ci si aspetta che uno vada in chiesa o che visiti i parenti o entrambe le cose. La persona che ha detto “L’uomo medio vive una vita di quieta disperazione” ha detto una cosa parzialmente vera. Ma il lavoro calma anche gli individui, gli dà qualcosa da fare. E impedisce a molti di pensare. Gli uomini – e le donne – non amano pensare. Per loro il lavoro è il rifugio perfetto. Gli viene assegnato cosa fare e come farlo e quando farlo. Il 98 per cento degli americani sopra i 21 anni lavora, morti viventi. Il mio corpo e il mio cervello mi dissero che entro tre mesi sarei stato uno di loro. Mi sono ribellato.

Avevo una macchina da scrivere e nessun mestiere. Decisi di scrivere utasti-macchina-da-scriveren romanzo. Lo scrissi in venti notti, bevendo una bottiglia di whiskey a notte. La Black Sparrow Press accettò il romanzo, Post Office. Vendetti anche due o tre capitoli alle riviste come racconti. Stava prendendo corpo una strana vita nuova.

Il mio primo errore fu credere che avrei potuto scrivere molte ore al giorno, ogni giorno. Si può anche scrivere in questo modo, ma il materiale sarà diluito e forzato.

Cominciarono ad arrivare altri scrittori, a bussare alla porta, portando con sé le loro confezioni da sei di birra. Io non andavo mai da loro, loro però arrivavano lo stesso. Bevvi e parlai con loro, ma mi davano molto poco e arrivavano sempre al momento sbagliato. Arrivavano anche le donne, che di solito portavano qualcosa di più utile dei blah blah letterari. I cattivi scrittori sono inclini a parlare di letteratura; quelli bravi parlano di tutto fuorché di quello. Arrivavano pochissimi bravi scrittori.

Charles Bukowski, Appunti sulla vita di un poeta anziano

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