appunti_tifoso
La neve aveva intasato tutto e gli altri accumuli rastrellati nascondevano le case alla vista. Le macchine non si muovevano e poiché ci volevano giorni interi per spalare e liberare i marciapiedi, si era costretti a camminare al centro delle strade scintillanti tra ali di montagne di neve, un mondo perso nel sogno […]

Lì, patetici uomini di mezza età spalavano furiosamente, cercando di liberare la loro Ford dall’infierire della Natura. Come se quelle macchine fossero propaggini del loro corpo senza le quali sarebbe stato impossibile vivere, brandivano i badili esalando vapore per la fatica delle loro schiene curve.
Il cielo si schiarì, alcune macchine furono liberate e cominciarono a muoversi scoppiettando tra le strette corsie con la neve ammassata sui lati, il cielo si rannuvolò ancora, riprese a nevicare e le automobili procedettero scoppiettando fino a quando non si fermarono di nuovo. Con rinnovato, esasperato vigore – l’idea di camminare non gli passava nemmeno per la testa – gli uomini ancora una volta ripresero a spalare con ferocia, il cuore palpitante che minacciava di scoppiargli in petto (non so quanti ne morirono di coronarie quell’anno), mentre sbeffeggiandoli io e i miei compagni scivolavamo in allegra brigata per i bianchi corridoi luccicanti. I miei amici allora erano più giovani e non facevano molte distinzioni, anche se alcuni di loro erano abbastanza acuti da capire che se Detroit era padrona dell’America, non voleva dire necessariamente che possedesse anche noi. Avevamo in cuore la giovanile speranza di essere “uomini liberi”. Con l’arrogante sicurezza dei giovani di essere così decisamente diversi da quegli spalatori, marciavamo in quell’indimenticabile luminosità, gridando: «Spalate, fottuti imbecilli!». Perché gli spalatori sapessero che con il nostro spavaldo turpiloquio c’era poco da scherzare, proseguivamo arroganti, dandoci pacche sulle spalle, ridendo a crepapelle: un artificioso cameratismo pensato per scoraggiare l’avvicinamento di qualcuno degli spalatori più coraggiosi. […]

Ora in quelle risate ci vedo un bel po’ di disperazione e tristezza. Ormai sul punto di lasciare il rifugio delle nostre rispettive università per essere gettati nella brutale mischia del mondo, mentre camminavamo nella neve ci portavamo dentro, magari inconsapevolmente, la sensazione che quella sarebbe stata la nostra ultima vacanza insieme. Bevevamo beffardi con la tristezza inesorabile di chi sapeva che, domani, avremmo cercato anche noi di liberare le nostre Buick ipotecate dai vialetti carichi di neve. È così che sarebbe finita la maggioranza di noi; io no, ma non voglio discutere qui se i miei amici avessero ragione e io torto, se loro fossero felici e io infelice, se la loro strada fosse quella dura e la mia quella facile. Quello che mi avrebbe sempre rattristato quando li incontravo era la certezza che, se fossi stato così folle da rivangare i “vecchi tempi” nessuno si sarebbe concesso il ricordo di quando con il dito puntato nell’aria nebbiosa gridavamo: «Spalate, fottuti imbecilli!».

Io invece, un romantico autodistruttivo, avevo inteso la nostra sfida arrogante come un patto. Per sempre.

Frederick Exley, Appunti di un tifoso

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