Fateci caso. Prendete uno che passa per strada, che magari lo conoscete, o anche no. E provate a salutarlo, o a vedere se vi ricambia con lo sguardo. Non c’è verso di entrare in contatto con nessuno. Ci siamo avvolti di un bell’impermeabile trasparente e ce ne stiamo lì isolati nella moltitudine.

In treno si ascolta la musica, con le cuffie per non dare fastidio, quando si è educati, e per dire che è meglio che non ci rompano troppo il cazzo. In strada si parla al telefono o si invia un messaggio. O si legge un messaggio. O si guardano le previsioni meteo o le recensioni dell’estetista.

Il circostante ha perso di ogni interesse. La cosa veramente buffa, in tutto questo delirio, è che ogni cosa che facciamo è tesa ad un determinato circostante. E poi, quando lo viviamo, questo benedetto circostante, non lo gustiamo, perché interagiamo con l’altro, con l’altrove, con il lontano, con il futuro ed il prossimo per viverne un altro.

Ci siamo dotati di ogni tecnologia possibile – e abbiamo fatto bene, lo dico col cuore! – per parlarci di più, per restare più in contatto. E ci siamo allontanati. Siamo vicini solo quando siamo lontani, pensateci bene.

Parliamo solo con i lontani, vogliamo bene solo a quelli che ancora dobbiamo vedere, a chi non conosciamo. Abbiamo la sindrome del sabato del villaggio, Giacomino ci sarebbe andato a nozze, con questo mondo qui.

Fateci caso, prendete uno che passa.

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