buk_panino al prosciutto Da lassù vedevo le luci della città. Los Angeles era un bel posto, con tanti poveri tra i quali confondersi. Tornai dentro e mi sdraiai sulla branda. Finché c’erano vino e sigarette, c’era speranza. Scolai il bicchiere e me ne versai un altro.
Forse sarei riuscito a vivere di espedienti. Non potevo nemmeno prendere in considerazione l’idea di un lavoro fisso. Eppure quasi tutti si adattavano. E la guerra, la gente non faceva che parlare della guerra in Europa. A me la storia del mondo non interessava, mi bastava la mia. Che roba. Finché si era piccoli, c’erano i genitori, a spaccare i coglioni. Poi, quando arrivava il momento di andarsene per i fatti propri, tutti pretendevano che un povero diavolo si infilasse la divisa per andare a farsi sparare nel culo.

Il vino era buonissimo. Me ne versai un altro bicchiere.
La guerra. E io ero ancora vergine. Come si faceva a farsi sparare nel culo per amore della storia prima ancora di aver conosciuto una donna? O posseduto un’automobile? E per che cosa? Per proteggere gli interessi degli altri. Di persone alle quali non fregava un cazzo di me. Morire in guerra non significava impedire che scoppiassero altre guerre.
Potevo farcela. Sapevo giocare a carte, e vincevo sempre, nelle gare a chi beveva di più. Alla peggio avrei fatto qualche rapina. Non chiedevo molto, solo di starmene per i fatti miei.

(Panino al prosciutto, Charles Bukowski)

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