Senza che me ne fossi preso deliberatamente la briga, qualcuno mi ha accennato alla stufa a legna. E allora, come le madeleine di Proust, la stufa ha acceso in me non solo il suo calore tipico, ma anche tutta una serie di ricordi e nostalgie che mi pare si meritino di certo di essere in qualche modo quantomeno citati.

Voi avete mai, per esempio, bruciato le bucce dei mandarini? O quando si fanno le caldarroste con le castagne dei boschi sopra casa. E i nonni e gli zii e i vicini e tutti quanti sono lì che ti sembra non debbano, non possano mai andare via, e si aspetta che siano pronte e le si avvolgeranno con il panno e un papà buono magari le picchierà un po’, che si sbucciano meglio, e te le romperà.

Come se la vita alla fine fosse una cosa bella.

Un odore che si diffonde tutt’attorno e annerisce anche i muri, che la mattina dopo ancora lo senti e vai a scuola contento. Fuori che nevica e fa freddo e dentro un calore che non ha niente a che vedere con il solo fuoco.

Come se la vita alla fine fosse una cosa bella.

Già si parlava di crisi, ma era un modo diverso. Si parlava di quando erano cose da poveri, come andare con la lesa nei boschi a prendere quel che restava. La crisi c’era stata e tutto sommato aveva lasciato solo buone consuetudini, proprio come quella di trovarsi tutti insieme attorno alla stufa.

Poi son scomparse le stufe, son scomparse le persone, è scomparsa le neve ed è rimasta solamente la crisi.

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