Se quel giorno mia mamma mi avesse fatto gli occhi da sparviero, al posto che così, che si vede lontano cent’anni che ci casco tutta la vita, le cose probabilmente sarebbero andate molto meglio.

Invece niente, succede che sei di fretta, come sono di fretta tutti gli altri, e che hai la barba, come molti, e che vai verso la stazione, per via di vedere se alla fine poi si possono cambiare i biglietti, che risparmiare qualche soldo, coi tempi che corrono, non pare un’idea malvagissima. E ti fermano delle tizie che ti vogliono appiccicare addosso un vampiro che ogni tanto durante l’anno, e lo decidi tu ogni quanto, arriva lì e ti ciula i soldi dal conto. Quel vil denaro che al posto di dire liquidità, ci sarebbe da parlar di liquami, poverino, che però te fai una fatica per metterli lì, i poveri liquami tossici, uno sopra l’altro, che non ti pare vero.

Invece queste due qui dicono vediamo se il ragazzo barbuto si ferma un minuto, e come fai a non fermarti? Le rime pagano, cazzo. Le rime devono pagare come pagavano ai tempi dei poeti di corte. Poi a me. Figuriamoci.

E così adesso c’ho un vampiro che si chiama Fondazione Patrizio Paoletti, che ogni tanto passerà ad infilare i canini nel conto e prelevarmi un po’ di liquami, come un autospurghi. Per via che sono barbuto e che non ho gli occhi da sparviero.

A me non piace molto l’idea di averci un vampiro così, che se mi fossero piaciuti i canoni avrei anche fatto Sky. E poi non sono tanti soldi, ho scelto il minimo, ma ci stavano dentro due paia di Converse e anche qualche chilo di kaki, che stasera ho scoperto esistono quelli alla vaniglia, che si mangiano duri, va’ a sapere.

Poi arrivo in stazione tutto straziato dai sensi di colpa che oggi chi compie una buona azione necessariamente deve avere e tutto impaziente per sapere se mi cambiano i biglietti o mi fregano anche qui. La fila era corta ma la gente ci stava tantissimo e sbuffava che nemmeno i treni nell’Ottocento. Poi una signorina allo sportello firma delle scartoffie e dice che si chiama Esterina, proprio così. E che non le piace per niente, che è bruttissimo, ma che è carino perché unico, più o meno. Poi dopo un po’ torna a dire Camilla. Mi piace Camilla. Se avessi una figlia la chiamerei Camilla, altro che Esterina. E la signora da dietro il vetro, che è stanca anche lei, anche se è tra quelli che si beccano le sbuffate, sorride, che magari neanche le piace Camilla e dice di sì, che è bello, di chiamarla pure Camilla.

Così niente, alla fine chissene se mi hanno cambiato i biglietti, alla fine ho trovato anche in mezzo al fareintempismo degli stracci di umanità, di una che dice una cosa che non serve, anche quando tutti sbuffano.

Ed è proprio di tutte queste cose qui che non servono che noi oggi abbiamo un disperato bisogno.

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