Se fossi colto saprei per certo chi un giorno disse dividi et impera, o qualcosa di molto del genere. Invece di preciso non lo so. Ma anche sta cosa di dover sempre sapere le cose di preciso a me non è che faccia proprio impazzire. Non ci basta sapere le cose un po’ sì e un po’ no? Tanto alla fine mica ci fanno dei quiz a risposta multipla, ci sbattono sopra quelle tre badilate di terra e bona lì.

Comunque dicevo che non so chi l’abbia detto, la cosa del dividere e dell’imperare, ma credo che avesse una gran bella parte di ragione. Specialmente lo vedo bene adesso che un lavoro ce l’ho. Prima ero troppo arrabbiato e troppo avvilito e troppo disperato e troppo tutto per vederlo bene, ero troppo schiacciato contro il vetro della mia vita, che ci facevo anche gli aloni col fiato.

Adesso lo vedo bene che hanno ragione a dire così. Mi pare chiaro che sia negli interessi di tutti, che poi non sono tutti ma sono pochi, ma sono quei pochi che possono decidere, che i tanti debbano dividersi gli uni dagli altri. E darsi di becco fino a farsi sanguinare come i gabbiani di Livingstone.

Non trovo più tracce di mutuo soccorso, di solidarietà tra la classe lavoratrice, di movimenti d’insieme, ma una bieca concorrenza uno a uno, dove chi riesce a fare quel lavoro a meno va avanti, e gli altri muoiono e cazzi loro. Al posto di darsi tutti una regolata e coalizzarsi per avere condizioni migliori, s’è deciso che ciascun per sé e poi si vedrà.

Così ci arrivano qui ordate di immigrati che stanno in dieci in una stamberga in condizioni disumane e pagano 1000 euro in nero d’affitto per un 10mq e te o fai così o devi andare a dar via il culo. E non solo ci devi andare, ma non puoi sperare di avere una qualche parola di incoraggiamento, una pacca sulla spalla. Non esiste un’associazione, un ente, un movimento di insieme, un altro essere umano che sia disposto a volerti bene. A nessuna condizione.

Perché ci hanno divisi. E perché glielo abbiamo lasciato fare.

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