Se uno volesse tener fede allo Zeitgeist, lo spirito dei tempi, per dirla coi tedeschi, allora ci sarebbe da fare un gran parlare – come se per caso già non se ne facesse – di crisi. Ma non tanto la crisi che appunto affolla lo spirito dei tempi di Google. Quanto proprio quella concettuale. La crisi, sostanzialmente, evidenzia la normalità.

O meglio: evidenzia la nostalgia della normalità. Quanto ci manca la normalità, quando viviamo una crisi! Serve che ci faccia tanto male un dente perché dopo, guarito quello, si apprezzi la nostra bocca ordinata. Serve che ci passi il mal di testa per capire quanto sia speciale la normalità. Insomma, la crisi forse ci fa male proprio per ammonirci, per redarguirci, per insegnarci.

Ma questo si sapeva. Io volevo dire che anche in regime di normalità dovremmo ricordare sempre la nostra cosiddetta e retoricissima fortuna o comunque credere che si possano cogliere un bel po’ di opportunità.

Per esempio potremmo finalmente provare a tendere un po’ al bello, quando non addirittura al poetico. Tipo sei lì che non ti scappa più nessun bisogno fisico ed hai una temperatura corporea accettabile e hai fatto quel che dovevi fare e hai ottemperato un bel po’ e allora fatti sto slancio di cosa strana. Pensa un po’ innovativo per un attimo; butta là una frase che sconquassi, che faccia pensare; stupisciti stupendo; una manciata di gocce di acqua fresca; un succo di limone aspro aspro; una cosa come un frutto esotico o la mela verde che fa crunch quando la mordi. Insomma, una cosa che svegli un po’, che faccia sembrare la normalità una cosa molto bella, anche senza necessariamente aver appena passato una crisi. C’è del bello anche nella stasi, insomma, però dobbiamo pensarci noi.

E se non riusciamo a dirla, una cosa bella, allora facciamola. E se non riusciamo a farla, allora pensiamola. Insomma, avviciniamoci quanto più possiamo al bello, al bello sempre, non solo a quello della nostalgia.

Che poi si sa che la nostalgia è canaglia.

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