Lo lasciai scrivere. Ero indifferente. Quasi mi dispiaceva che non mi avessero preso. Ma allo stesso tempo ero contento di esserne fuori. Il dottore finì di scrivere. Avevo l’impressione di averli fregati. Quello che rifiutavo della guerra non era il fatto che avrei dovuto uccidere qualcuno o essere ucciso senza ragione. La cosa mi sembrava irrilevante. Quello che non potevo sopportare era l’idea di essere privato del diritto di starmene in una stanzetta a digiunare, a bere vino da quattro soldi, a uscire di testa a modo mio quando mi andava.
Non volevo essere svegliato da una tromba. Non volevo dormire in una caserma con un branco di sani, rosei, cordiali, terrorizzati bamboloni americani, fissati con il sesso, pazzi per il football, sovralimentati, fatti di marijuana, sempre pronti a sparare cazzate, scorreggioni e mediocri. Ragazzi con cui avrei dovuto fare amicizia, con cui mi sarei dovuto sbronzare durante le ore di uscita, con cui avrei dovuto starmene sdraiato ad ascoltare un mucchio di barzellette sporche, trite e poco divertenti. Non volevo avere niente a che fare con le loro lenzuola ruvide, le loro uniformi che prudevano, la loro umanità scadente. Non volevo cacare nello stesso posto o pisciare nello stesso posto o scoparmi la stessa puttana. Non volevo vedere le loro unghie dei piedi o leggere le lettere che ricevevano da casa. Non volevo dover guardare i loro culi che mi ballonzolavano davanti a ranghi serrati, non volevo farmi degli amici, non volevo farmi dei nemici, non sapevo cosa farmene di loro né di tutta la faccenda. Uccidere o crepare era secondario.

Charles Bukowsky, A sud di nessun nord, 1973.

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