Mi è sempre spiaciuto in un modo sconsiderato non avere la fede religiosa. Non voglio dire che mi spiacesse da un punto di vista etico o morale. Mi spiaceva proprio "in soldoni", in un'ottica squisitamente quotidiana ed utilitaristica. Le persone che hanno fede, infatti, quando la fede è buona, mi son sempre parse, oltre che molto fortunate, decisamente forti.
La fede come qualcosa dalla natura compensatoria. Vabbeh, non sarai contento ora, ma resisti, stringi i denti, porta pazienza, vota i tuoi sacrifici, che vedrai…

Penso ai contadini di qualche generazione fa. In tasca una fetta di polenta sorda, sotto l'albero il fiaschetto di vino, in testa qualche canzoncina popolare che desse il tempo al falcetto o alla zappa. E nella mente sempre le parole del prete, le parabole sulle crune degli aghi, le porte celesti che attendono spalancate. Allora non si domandavano "se non ora, quando?" e andavano avanti così, nella ginnastica quotidiana del portare pazienza, sognando un Paradiso fatto di caffelatte, pane e marmellata tutti i giorni. La fede era tutto.
Chissà, senza fede, in quanti si sarebbero fatti anzitempo consumare dai corvi.

Allora io meschinello pensavo di essere perduto. Quando ho scoperto che esiste un'altra forma di fede: l'amore.
Anche l'amore infatti ti richiede di crederci, di avere fiducia, di essere disposto a perdere tutto, per vincere tutto.
A fronte di ogni nostro piccolo disastro quotidiano, ogni piccola mestizia che ci tocca di sopportare, possiamo pensare che andremo a casa e ne parleremo con lei.
Anche l'amore ha una natura compensatoria: vada come vada, accada quel che accada, troverai ristoro e conforto.
Anche l'amore, alla fine, è fatto di caffelatte pane e marmellata.

Se vi riesce, abbiate dunque fede.
Abbiate amore.

E questa volta sentiti direttamente chiamata in causa

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