Certe volte è come se scoprissi le cose. Oggi quando sono uscito ho visto una ragazza, quasi signorina o signora, non lo so, che è uscita dal bar e al telefono ha detto "allora ti aspetto per le sette?". Che non penso parlasse col telefono. Non aspetterà per le sette il telefono. Lì per lì ci son rimasto.
Che frase meravigliosa. E che bello aspettare qualcuno per le sette! Che bello qualcuno che ti aspetta per le sette. E il venerdì non c'entra, cercate di capirmi. E' che proprio sono tutte parole belle, messe insieme bene. "Allora", per esempio, fa riferimento al concetto di "pregresso". Ci si era messi d'accordo, è un rapporto che sussiste, che persiste, c'è da qualche parte un fil rouge che tiene insieme le cose e le persone con esse. La gente si parla, si accorda. E poi "ti aspetto". Ci sarà qualcosa di più meraviglioso che aspettarsi un po'? Quanti innamorati nella storia del mondo sono stati consumati dall'ansia di aversi? E che dono straordinario può essere il nostro tempo? Quella signora o signorina o ragazza o quel che è stasera, verso le sette, si sarà messa lì ed avrà aspettato quell'altra persona. Aspettare. Che concetto incredibile. Come fermare il cuore, trattenere il respiro. Fermare il mondo perché devi aspettare qualcuno. Impiegare così parte del proprio tempo, ossia una particina di vita che non serve a nient'altro che vedere comparire l'altra persona. Mi fa pensare ai riti, al prepararsi il cuore della volpe. Come a dire vada come vada, accada quel che accada, io ti aspetto, io sono lì, ti aspetto per le sette. Anche "le sette" diventa bello, lì in mezzo. Quel momento preciso dove le strade sono piene di macchine. Macchine frementi e qualche volta frenanti che scorrazzano e fischiano e sbuffano e portano dentro le persone. Che devono andare da qualche parte, dove qualcuno le aspetta. Non avere nessuno con cui mettersi d'accordo per aspettare od essere aspettati, alle sette, deve essere proprio un peccato. Una specie di mutilazione dell'animo.

Poi al binario ho rivisto la mia prof di inglese del triennio. Non si ricordava di me. Le è morto suo marito nel 2005 ma ha avuto due nipotine. Le ho detto di metterle di fronte ai cartoni in lingua, che l'inglese era davvero importante e mannaggia al fato – o chi per lui – che l'Italia non l'abbia capito da un po'. Non è una di quelle prof che te le porti dentro per tutta la vita, ma è una persona molto buona, mite, un tenero esserino vivente.
Ero così felice di vederla – nonostante non l'avessi mai più pensata – che se avessi avuto la coda, avrei scondinzolato un bel po'. Gliel'ho detto, allora anche se non sapeva più chi fossi, ha detto che era tanto felice anche lei, ci siamo abbracciati e baciati e dopo tutto questo splendore il cuore ha tracimato.

Dopo la cosa delle sette, ho scoperto dunque che sono le persone alla fine che fanno la differenza. Le persone e, più precisamente, quello che portano sempre dentro con loro. Io lo chiamo Umanesimo, poi fate un po' voi.

E che dovremmo essere umanisti anche il resto della settimana, mica solo al venerdì.

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