Di seguito riporto una canzone. Diciamo il testo di una canzone. Una canzone che è stata scritta, e quasi certamente anche pensata, in versi. Ossia una canzone, quasi una poesia. Beh, a me piace scriverla tuttaattaccata, come fosse un discorso, una prosa, un vaniloquio come tanti. Credo emerga un tessuto molto evocativo, immaginifico.

Si chiama canzone del padre. E per me, personalmente, è anche azzeccatissima: se il padre è colui il quale dà qualcosa al figlio, fosse anche solo il corredo genetico, beh, De Andrè è allora certamente uno dei miei padri. E sabato lo vado a trovare.

[Tra parentesi quadre], forse, metterò qualcosa che nel testo non c'è, ma ancora ci devo pensare.

"Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare?". "Sì, Vostro Onore, ma li voglio più grandi".
"C'è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre. Non dovrai che restare sul ponte e guardare le altre navi passare: le più piccole dirigile al fiume, le più grandi sanno già dove andare".
Così son diventato mio padre, ucciso in un sogno precedente, il tribunale mi ha dato fiducia: assoluzione e delitto, lo stesso movente.
E ora Berto, figlio della Lavandaia, compagno di scuola, preferisce imparare a contare sulle antenne dei grilli; non usa mai bolle di sapone per giocare. Seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici, avvolta in un lenzuolo quasi come gli eroi; si fermò un attimo per suggerire a Dio di continuare a farsi i fatti suoi. E scappò via con la paura di arrugginire: il giornale di ieri lo dà morto arrugginito (i becchini ne raccolgono spesso fra la gente che si lascia piovere addosso).
Ho investito il denaro e gli affetti [poiché] banca e famiglia dànno rendite sicure [e] con mia moglie si discute l'amore: ci sono distanze, non ci sono paure. Ma ogni notte lei mi si arrende più tardi (vengono uomini, ce n'è uno più magro); ha una valigia e due passaporti, lei ha gli occhi di una donna che pago. Commissario io ti pago per questo: lei ha gli occhi di una donna che è mia; l'uomo magro ha le mani occupate, una valigia di ciondoli, un foglio di via.

Non ha più la faccia del suo primo hashish (è il mio ultimo figlio, il meno voluto), ha pochi stracci dove inciampare; non gli importa d'alzarsi, neppure quando è caduto. E i miei alibi prendono fuoco, il Guttuso ancora da autenticare. Adesso le fiamme mi avvolgono il letto, questi i sogni che non fanno svegliare.

"Vostro Onore, sei un figlio di troia" (mi sveglio ancora e mi sveglio sudato), ora aspettami fuori dal sogno: ci vedremo davvero, io ricomincio da capo.

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