Una volta domandai alla mia zia come mai non avesse più voluto avere animali domestici. Tipo un gatto.  Rispose che lo faceva perché non voleva più affezionarsi e voler bene così tanto e poi restarci male. Come che lui dopo un po' si ammala, o gli capita una brutta cosa e non c'è più. Come roba che muore. Allora io pensai che al gatto non gli puoi mica dire "io ti voglio molto bene, per cui non morire e non lasciarmi". Il gatto fa un po' come gli viene e se è vivo, anche se sembra strano, non lo fa mica per fare un piacere a te. Però insomma, il concetto si era capito. Da quel giorno cercai di consolidare l'idea che dietro al bene c'è anche il male, magari postumo e posticipato, ma pur sempre male. Però poi io ho avuto le mie gatte e anche la zia adesso ha Leonardo ed è contenta. Sappiamo che poi ci dispiacerà, ma evidentemente abbiamo deciso che è un male che in qualche modo va bene.
E con le persone? Com'è che funziona? Te l'ha detto milioni di volte e lo sai anche te, a 28 anni, che "devi partire e arrivare sciallo; che ti devi porre come una coppa vuota da riempire; che devi essere sempre un po' come Mauro German Camoranesi, che quando perde non gliene sbatte un cazzo e quando vince non gliene sbatte un cazzo e nessuno saprebbe dire di che cosa gliene sbatte davvero a Mauro German Camoranesi". "Che così come ti è successo, potrebbe ancora capitare ma che, come vedi, sei ancora vivo e keep it on e bla bla e Tuttoquanto". Che però dire che non c'è niente da perdere è un po' come ammettere che non c'è niente da vincere, aggiungerei io. Insomma, per farla breve: le sai anche te tutte queste cose qui. Però sei sempre un po' lì che ci provi, a provarci. Nel senso: magari capisci, ma poi è come con le ciliegie, che ti dici "vabbeh, questa qui non era mica nemmeno tanto buona, ma di certo quella rossa là la sarà". Che con le persone, a differenza che con gli animali, si potrebbe anche comunicare quantomeno con un linguaggio condiviso e dire cose come "no, dai, non farmi del male deliberatamente"; "sono fragile"; "guarda che se mi addomestichi, io poi sono addomesticato". O ancora "non siamo mica obbligati a piacerci così tanto, finché si può, possiamo anche fare finta di niente"; "te vivi più a lungo di un gatto, io come faccio?". E invece no: finisce sempre che finisce.

A me piacerebbe a questo proposito stringere amicizia su Facebook con un fisico quantistico per chiedergli come mai tu dai un tot, ricevi un tot e poi quello che ti manca è sempre molto di più della loro somma. E' anche vero che un gatto non ti manca nella misura dei croccantini che gli hai procacciato o delle cacche che ti ha irrimediabilmente riversato al suolo, ma con le persone, d'un boia, questo fenomeno è ancora più accentuato. Evidentemente, tra esseri umani, non ci si scambia solo quello che ci si scambia, c'è anche dell'altro.

Che cosa c'è? E che cosa resta? Restano un'assunzione di responsabilità, uno spunto, un incitamento, una direzione, un'attesa, un'assenza e un vuoto, principalmente.
E' a queste cose, forse, che dobbiamo a questo punto rivolgere le nostre attenzioni: ho pensato che se ci prendiamo cura di quello che resta, quello che resta si prenderà cura di noi.

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