Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

(E. Montale, ho sceso, dandoti il braccio…, da Satura, 1971)
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Più vedo te, più ascolto te, e più ti amo.
ogni parola che dici, t'amo un pò di più;
parole che sono per te sempre le stesse
ed io lo so che parlerai sempre così.

[…]
Più vedo te, più ascolto te, e più ti amo
ogni parola che dici, t'amo un pò di più.
Parole che sono per te sempre le stesse

ed io lo so che parlerai sempre così.
[…]
E vedo te, e ascolto te, e t'amo sempre
ogni parola che dici t'amo sempre di più.

Parole che sono per me sempre diverse
quando sarà la voce tua che le dirà.

[…]
E vedo te, e ascolto te, sempre la stessa
vivo perché tu mi lasci stare vicino a te.
Perchè per me la vita mia non conta niente
è tutto qui quello che ho e lo do a te.

(F. Battiato, e più ti amo, da Fleurs 2, 2008. Ripresa dalla versione di Gino Paoli del 1965, traduzione da Plus Je T’ Entends, di Alain Barrière del 1964)

Quando Battiato mi sembra Montale. Quando mi sembra che sia possibile definire una malattia dei poeti. Dove sono oggi quegli intendimenti? Non si dice realizzazioni. Per le realizzazioni serve anche un po' di fortuna, di pazienza, di forza di volontà, ci mancherebbe. Ma quegli intendimenti? E' una generazione, la nostra, che vuole aver perso in partenza? E perché? Per perdere c'è tempo. Ma almeno ci si provi, a farsi ammalare della malattia dei poeti.

Boh.

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