Suvvia, un po’ di pazienza. Lo so bene che se uno si fa chiamare avvelenato e via discorrendo poi dovrebbe anche assomigliarsi un po’. Che la coerenza, diceva Stefanno Benni, è quando uno assomiglia alle parole che dice. Lo so. Il fatto è che in giro per il mondo di questi tempi si sente parlare di una cosa di preciso. Una cosa su tutte. Sicché pur essendo avvelenato e scettico e perplesso e sempre contro le cazzatine e le menate, devo pur dire qualcosa anch’io, no? Insomma: devo forse è un termine improvvido. Non volevo dire "devo", volevo dire "è meglio che" dica qualcosa anche io. Mi piace trattare temi che volendo possono anche essere di attualità. E questo qui che voglio trattare adesso, beh, se non è di attualità poco ci manca. Natale&Capodanno. Vi va?
Avete ragione. Se già prima che siano iniziati non ne potete più, vi diffido dal proseguire. Io  per esempio non leggerei mai un blog che già nel prologo annuncia di voler trattare di feste convenzionali improntate sul buon sentimento del tempo. Ma tant’è. Visto che ormai
lo sto scrivendo, in qualche modo, se non altro per evitare orrori di ortografia, dovrò pur leggerlo, non vi pare?

Vabbeh, lasciamo stare tutta la tirata sugli "auguri", che generalmente augurare qualcosa a qualcuno presuppone volere effettivamente che questo qualcuno qui goda dei frutti del tuo augurio. È che se auguri la stessa cosa a tutte le persone che vedi, qualche dubbio ti viene. Vabbeh, appunto. Lasciamo stare. Lasciamo anche stare la cosa dei regali, vabbeh, che se devi regalare qualcosa perché tutti stanno regalando qualcosa, è come se non regalassi niente. Ma lasciamo stare anche questo. Quel che mi preme oggi è esporvi un dubbio. Mettete che siete lì, no? Mettete che siete lì che ci state bene. Voglio dire non proprio bene nel senso che state facendo chissà quale cosa incredibile come mangiare una bella salsiccia cotta nell’acqua. Voglio dire semplicemente che se anche non state facendo niente di incredibile, niente di esotico, niente di raccontabile alla macchinetta del caffé in ufficio (se potessero parlare le macchinette del caffé!… Vabbeh), siete lì che state bene. Ce la fate a metterlo? Vabbeh, se non ce la fate, mettete che non state bene ma state comunque a posto, nel senso che almeno a voi che non sapete un cazzo, vi pare che non vi manchi nulla, che tutto sia sereno, che quello lì che state vivendo sia un buon giorno. Ecco. E mettete che a quel punto lì salti fuori come dal nulla una specie di folletto del Natale e del Capodanno. Un vostro collega, un messaggio per telefono, uno striscione sul palazzo di fronte, un botto improvviso. Qualcosa. Qualcosa che vi chiami ad una riflessione. Mettete che questo qualcosa qui vi chieda, tutto sommato, "e te che cosa farai di bello per Capodanno?". Mettete che vi chieda una cosa così.
A quel punto lì, se voi aveste inteso "fare niente", nel senso di continuare a mangiare, cagare, bere, dormire, stare bene in varie forme, sareste un poco a disagio, dubitando che il folletto del Natale e del Capodanno possa realmente capirvi e temendo che al contrario possa dire male di voi a voi stessi ed agli altri. Ma mettete che ci proviate e dite "non faccio niente", dove con niente, va da sé, non si intende niente. Nella vita non si può mai fare niente. Se uno si mette a sedere e vedere un muro di vernice che asciuga, non è che non stia facendo niente: sta facendo quella cosa lì. Ma siccome siete scaltri e sapete che cosa il folletto del Santo Natale e del Santo Capodanno ritenga "niente" e "non niente", allora per farla breve dite che non farete niente. Ecco.

A quel punto il folletto vi guarda male e dice che capisce, che è giusto, che mica puoi o devi fare sempre qualcosa di preciso. Che va bene anche fare niente, dice ancora che sì, che è giusto, che capisce e va alla macchinetta del caffè a dire a tutti che voi non farete niente.
A questo punto il dubbio che vi pongo è il seguente: voi eravate felici e sereni prima che arrivasse il folletto interrogatore del Santo Natale e del Santo Capodanno. Lo potete essere ancora? Temo che gli uomini si facciano turbare l’animo da questioni minime. Poveri uomini.

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