Ritengo del tutto necessario, ma meglio sarebbe dire doveroso, fare uno strappo alla regola e riportare qui sotto un post di un altro. Tantissima roba, si parla di quintali. Poi fate voi.

L’ERA DEL MAIALE CINGHIALATO

L’altro giorno invece, trattando con un mio collega questioni strettamente inerenti l’attività lavorativa, sono venuto a conoscenza di qualcosa che con ogni probabilità per voi colti lettori sarà nota da tempo, ma che per me che ignoro costituiva una novità degna di nota e densa di stimoli creativi. Vado a illustrarla a beneficio di quanti dovessero essersela persa.
Com’è noto, il maiale produce una carne ottima e abbondante, in tutte le sue forme, dalla testa in cassetta allo zampone. Esso però tipicamente non vive allo stato brado, viene allevato, e la vita sedentaria cui è costretto implica carni tenere ma non eccessivamente saporite. D’altra parte, il maiale lo vedi anche dalla faccia che sta bene così, nella sua porcilaia, con le sue ghiande in abbondanza e tutto il resto, e che l’idea di barattare comodità con libertà non gli sfiora neanche l’anticamera.
Il cinghiale invece no, quello è brutto sporco e kattivo, gira libero per i boschi, mangia quello che c’è se c’è e se no salta, e anche se provi a allevarlo lo vedi dalla faccia che quello lì, dentro al recinto, non è il suo posto; e il risultato della sua vita spericolata è, al termine della stessa, una carne solida e saporita, di una solidità e di un sapore piacevoli ma, per molti, addirittura eccessivi.
Ed ecco che, mi narrava quel collega, millenni di ingegno contadino scendono in campo e creano lui: il maiale cinghialato.
Funziona così: si prende una maiala (non nel senso di escort, proprio nel senso di maiala), la si conduce al limite del bosco all’imbrunire, la si lega a un albero, e si torna a casa. Al calar delle tenebre passa il cinghiale, vede la nostra cara maiala tutta bella rosa e liscia e calda e morbida e cicciottosa e non gli sembra vero, a lui abituato alle setole e al musone della cinghialessa. Quindi il nostro eroe si stropiccia un po’ gli occhi e poi, quando realizza che è proprio tutto vero, si fionda lancia in resta sulla maiala. La quale maiala dal canto suo, abituata alla casalinga mollezza del suo abituale compagno di vita, viene rapita dal look alternativo e dall’afrore selvatico del nuovo arrivato e non ne disdegna affatto i modi rustici ma virili, il corpo scevro da ogni forma di depilazione, e last but not least una mazza come pensava esistessero solo nei film d’autore.
E sicché il miracolo della vita si compie, per la felicità di entrambi gli attori principali nonché del contadino che la mattina dopo slega la sorridente maiala riconducendola alla sua tranquilla vita coniugale, nello sguardo di intesa la tacita promessa del silenzio.
E dopo un tot di mesi, tra la gioia del contadino, il legittimo sospetto del legittimo sposo e la falsa ingenuità della fedifraga (che c’è? qualcosa di strano? ah toh, sono scuri, eh beh) vengono alla luce tanti bei maialini cinghialati, ignari di incarnare un perfetto connubio tra le qualità organolettiche delle due specie che li hanno generati, e del breve e triste destino che gliene deriverà.
Fine.
Anzi no, post scriptum. Perché lo so che ve lo state già chiedendo, e quindi ve lo dico subito: il cinghiale maialato non funziona. Non funziona e non può funzionare. E non per chissà quale complessa questione di incroci genici proibiti, ma per ragioni ragionevoli, facilmente comprensibili e largamente condivisibili. Insomma, suvvia, anche i maiali, per quanto maiali, hanno un cuore. E le cinghialesse hanno i baffi, anzi altro che baffi, ispide setole. E se un cinghiale può essere abituato fin da cucciolo a gestirle, per un paffuto maialotto la sensazione di scartavetramento sul ventre non è affatto piacevole. Questo dal punto di vista di lui. Vista con gli occhi della cinghialessa la situazione sarebbe più rosa ma non molto più rosea. Insomma, pur senza esperienza diretta in merito credo di poter affermare con certezza che nella cinghialessa il maiale, come si suol dire, ci ciottola. Quindi niente.
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