Ora, per dirla in generale ciascuno di noi meglio farebbe a starsene zitto. Meglio ancora farebbe a non avere un blog dove di tanto in tanto riporre qualche considerazione. Il meglio del meglio, sarebbe, laddove proprio contravvenisse a quei due buoni auspici, che quantomeno non parlasse nel suo blog di cose sue. Se la vita è bella, è bella proprio perché è una cosa grande, una moltitudine di aspetti. Una cosa da non toccare, oppure da toccare, semmai, per sommi capi. Dire la nostra, di vita, è dire niente. E per dire niente, si farebbe prima, si sarebbe più efficaci, a non dire.
Io però sono un po’ un sovversivo e francamente me ne infischio dei dettami del buon conducente di vita. Per cui sto per dire qualcosa di squisitamente autobiografico, autoreferenziale. Sbagliato, insomma. Ma mi serve per fissare le idee. E pazienza se le ho già dette. Cosa volete che vi dica? Sputatemi addosso!

Oggi mi sono informato un po’ per le scuole di giornalismo, riconosciute dal Sacro Ordine e valevoli per soppiantare in bello stile tutto il tirocinante azzerbinaggio servevole per divenire pubblicista + i due anni di praticantato presso un giornale. Insomma: una figata fotonica, più o meno. Si dice che queste alte scuole abbiano al loro interno delle testate, che ti facciano fare dei prestigiosissimi stage, per cui si giustifica il fatto che se esci da lì, puoi subito sostenere l’esame di stato, mentre se non ti iscrivi e non paghi quei 10-15 mila euro per due anni, ovviamente, per motivi di varia natura, non puoi. E plausibilmente hai comunque la possibilità (ti dicono che siamo pur sempre in un Paese meritocratico e democratico, senza caste et similia) di diventare un giorno giornalista anche senza fare le alte scuole e senza pagare loro i 10-15mila euro. Si tratta solo, in fin dei conti, di:
– trovare un giornale per conto del quale scrivere articoletti variegati (al cacao)
– trovare un modo per convincere tale giornale a pagarti tali articoletti (vi assicuro che non è di moda)
– collezionarne in numero di almeno 60 (o 80?) in un anno
– raggranellare con tali prestazioni un totale di euro, facciamo circa mille
– iscriversi all’albo regionale dei pubblicisti
– andare presso una testata giornalistica regolarmente iscritta presso un tribunale e dire "salve, io sono un pubblicista! Si potrebbe mica fare un contratto di praticantato per due anni?"
– aprire l’ombrello per evitare che vi sputino in gola
– ottenere il famigerato contratto di
praticantato
– svolgere i due anni di praticantato
– sostenere l’esame di stato a Roma
– passare l’esame di stato a Roma
– iscriversi all’albo dei giornalisti professionisti.

E vi assicuro che il tutto è assai più lungo che scrivere questo post intestinale.

Allora io mi sono detto, e me lo ripeto, che:

L’IMPORTANTE NON È ESSERE GIORNALISTI, MA ESSERE FELICI

(e pazienza se te avevi creduto di poter essere felice diventando giornalista)
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