Nel blog, specialmente se è tuo, per certi versi, ci puoi dire quello che vuoi. Oddio: proprio tuttissimo magari no, che siam pur sempre in Italia, ma insomma, meglio che da altre parti, va’!
Ecco, non arrabbiatevi troppo, o se lo fate, fatelo a modino, se io adesso qui vi scrivo che a me la libertà non piace. Anzi, dire che non mi piace non è corretto. A me la libertà fa proprio schifo. Lo so che dico così perché quando ero piccino piccino picciò a me non mi si davano mica le tavole del corano da lavare, riscrivere, e da berci l’acqua che, si sa, si impara meglio. Che posso dire così perché non ho dovuto imbracciare la baionetta sotto i colpi del cannone per prendere una presunta bastiglia de noantri. Però intanto, sarà per una cosa, sarà per l’altra, ma a me la libertà mi fa schifo. E pazienza se a me mi non si dice. Però cercate di capire almeno il discorso, ok? Poi pietre e tutto quanto. Ma prima il discorso.

Il discorso è che, sempre da quando sono piccino piccino picciò, ho una specie di osservanza speciale delle leggi e di quello che mi si dice. Non so: chiamateli ordini. E sì che i miei genitori non mi hanno mai ordinato niente. Non sono niente cattivi, anzi! Che so: mi si diceva di tacere? E io tacevo. Mi si diceva che dovevo fare i compiti per domani? E io li facevo. Facile: non ci voleva niente. Bastava fare tutto quello che ti dicevano di fare, ed in cambio ti prendevi tutti i "bravo" del mondo e nessuno che venisse lì a martellarti le maronelle. Addirittura sono passato per uno studente zelante, quando non del tutto prodigioso, per via del fatto che per tutte le superiori ho avuto il mitico dieci in condotta. Solo io in tutta la classe. Ma come farà, Massimo, ad essere così bravo? Ad avere così tanta pazienza? Niente di più facile: fare quello che ti dicevano di fare. Ma non perché si è fessi. Perché così ti eviti tutta una serie di pensieri, di paturnie. È molto più comodo avere il gobbo che ti suggerisce, avere qualcuno che ti spiega quello che pensi.

Io le chiamo transenne.

Le transenne sono quelle cose che ci mette davanti ai piedi qualcuno di presumibilmente "superiore" a noi. Come lo Stato, la famiglia, la fidanzata, i datori di lavoro. Se noi facciamo quelle cose lì che ci dicono, se ci stiamo dentro coi tempi, allora poi siamo bravi e non ci friggono le maronelle. Può capitare che la scadenza della consegna della tesi sia per il 28 marzo e te mezzo ti innamori, mezzo la pensi e mezzo sfori.

Certo, può capitare. Allora ti dicono mainsommamassimoproprioadessononsonomicacosedafareeh? e amen. Ormai è andata. Voglio dire che se hai le transenne, non è che per forza di cose vinci e arrivi. Magari perdi e cadi. Ma così almeno ce le hai. Sono qualcosa in più. È un po’ più facile, ti puoi appoggiare.


Altrimenti, quando dipende da te, solo da te, devi essere convinto. E per essere convinto sono dei bei cazzi. Tutto diventa paradigmatico a qualsiasi altra cosa. Andare a teatro a sentire il tuo autore preferito è tutto sommato uguale ad andare a teatro a sentire l’autore più cane che tu conosca al mondo. Se stai con Eleonora, ti domandi come mai in quel momento tu non sia con Adele, ossia quale desiderio intimo e recondito ti faccia stare proprio lì in quel momento con lei e non in Nicaragua a pescare tarantole o in Normandia a contarla ad un alto gerarca nazista un po’ nostalgico per via del tempo. Voglio dire: senza nessuno che ti dica quello che devi fare, com’è che lo sai, quello che devi fare? Ci tiri?

Sulla base di cosa?

Se ti dicono "domani alle otto va’ a prendere tua sorella in stazione", praticamente ti amano. È come un bacio. Uno dei più belli ed intensi. Te così già stasera sai cosa devi fare: mettere la sveglia alle sei, così ci sta dentro anche la cacca – si sa mai – e andare a letto presto. Il giorno dopo è tutta una festa. Avrai anche tre o quattro ore in cui non ti domanderai mai come mai tu sia lì in quel preciso momento a fare quella tal cosa. Perché sì. Perché di sì.

E pazienza se perché di sì non si dice.

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