Se vai in un giardino e ci trovi dei fiori non dovresti gasarti. Eppure. Eppure ti possono emozionare tanto (poveri cuori molli) che un po’ ci resti secco. Può succedere, non è vero?

Stamattina sul binario ho trovato un drogato, presumibilmente. Almeno, la gente pensava così. Drogato per via degli occhi rossi e lucidi, dell’esuberanza e del desiderio di contatto umano. Quando ti guardava ti pareva che da un momento all’altro ti avrebbe baciato. Gli sorrideva tutto quello che in una faccia umana può sorridere. Ti diceva del tatuaggio, di come la sua ex lo metteva in riga, del suo piccolo viaggio in treno destinazione mare. Ma te lo diceva in un modo diverso dagli altri. In un modo che ti saresti chiesto "perché io no?" e che per tutta paga gli avresti dato del drogato.
Ha seminato lo scompiglio sulla carrozza. Abituati a pensare male della poca decenza di chi ci dice buongiorno (ma come si permette?), ci siamo ridotti a temere i sussulti di vita. Detestiamo che ci si dica qualcosa, che ci si chieda il nome. Tutto è troppo riservato e caro, ormai. Tutto è diventato una cosa terribilmente seria.
Che poi scesi in stazione è facile: che è questo strano senso di colpa? Non ci si badi: erano solo parole. Parole di un povero drogato.

Ma non si fa in tempo a pensare a questo, che si viene rapiti da un cartello. Si legge "stanza delle coccole". Dentro il micro-mondo ovattato della sala attesa, un mini-micro-mondo imbottito, "una stanza per bimbi con mamma e papà". E quel nome, la stanza delle coccole. Roba da poter anche tornare indietro. La giornata poteva anche finire lì.

Al ritorno una giovane signora, visibilmente straniera, parlava col suo figliolo. Ci metteva del tempo e non articolava bene le frasi. Perché gli parlava in italiano. Stavano imparando insieme. Rinunciare alla propria lingua, nel parlare al proprio figlio, in un paese straniero (ed ostile) credo urli "ti amo". Così forte che il treno manco lo senti. Sei etereo e annusi l’aria.
Senti il profumo dei fiori.

Tre fiori di un grande giardino.

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