Sento dei passi incerti sul greto del fiume, un sasso che ruzzola. E poi un "accidenti". Mi volto, chi mai dei miei amici selvaggi e biastematori può dire "accidenti"?
Con una gamba sospesa nel vuoto, in equilibrio precario, le scarpe in mano, che guarda un torrentello, c’è Selene.
Non ricordo da quanto non la vedo ma è cambiata. Non posso dire che è diventata donna, lo era anche prima, mica era una betoniera. Però si è allungata e snellita, il viso è più intenso, ha gli zigomi un po’ sporgenti, i capelli lunghi e vaporosi, e gli occhi sono sempre gli stessi verdazzurri, insomma è meravigliosa.
E mi chiede, come va?
E io come al solito penso di rispondere nei diversi, seguenti modi.
Va molto bene, ho avuto un sacco di esperienze sessuali soprattutto su autolinee, il mio cervello si è intriso di nozioni fondamentali e esperienze formative, il mio membro si è ingrandito a dismisura, sto pescando perché ho intenzione di aprire una friggitoria fish and chips, io e mio padre abitiamo in un chalet sulla collina e lui è diventato il più grande scultore di nani d’Europa, c’è un suo nano Brontolo, che in francese si dice Grognon, nell’ufficio di De Gaulle all’Eliseo, a scuola sono bravissimo e non vado mai fuori tema, adesso mi vedi vestito così sportivo con un maglioncino militare ma a casa ho sedici golf Ballantyne a rombi ognuno di colore diverso, una serie di giacche cromate e una vestaglia con le iniziali. Questa è la bicicletta-muletto per venire al fiume ma ho anche una Legnano rosso globulo col cambio, e per finire possiedo un libretto di assegni al portatore, fumo, bevo e mi batto a duello ogni plenilunio.
Oppure potrei dire: adesso che ti vedo capisco quanto mi sei mancata, e la sola idea che tu sparisca di nuovo mi fa morire, ti amo ti amo e se mi rispondi "sarai mica scemo", giuro che mangio tutti questi pesci crudi e due chili di pane con la mollica poi mi butto nella pozza gelida, mi verrà una congestione annegherò e avrai rimorso tutta la vita.
Alla fine dico soltanto: va bene, insomma, e tu?
Lei mi dice che vivere in città per certi versi le piace, per altri no.
Si sistema su un sasso e noto che ha delle belle gambe.
Ad esempio, dice, le compagne di scuola cittadine sono un po’ fighette e altezzose, c’è molto traffico, in tram ti schiacciano e non c’è mai la possibilità di andare al fiume o al bosco, l’acqua del rubinetto sa di ferro e le fragoline costano come diamanti.
E si tormenta un po’ i capelli.
Però ad esempio lei va a scuola di danza e questo le piace molto, poi ci sono molti cinema e quindi una grande scelta filmica, lei adora andare al cinema, adesso nella nuova casa ha una stanza grande e comoda, coi poster di attori alle pareti, un giradischi e molti dischi, circa cento, potrebbe anche farci delle festicciole.
Tira un sasso sul pelo dell’acqua e gli fa fare anche tre rimbalzini, ha perso la mano, la piccola.
Perché adesso, mi spiega, i suoi genitori hanno messo su una sartoria che va abbastanza di moda, fanno anche gli smoking e i tailleur, insomma non siamo ricchi ma benestanti sì, e allora suo padre per la nostalgia ha comprato un pezzo di terreno sulla collina delle Roselle e ci costruirà una villetta così tutte le estati lei verrà.
E, sottinteso nell’occhio verdazzurro, ci rivedremo.
E io vorrei dire, guarda stai attenta, quella non è la collina delle Roselle, è la collina di Fefelli, è tutta roba sua, ha disboscato e sbancato e farcito di ghiaietto, e deviato il torrente, non è più come ricordavi, non c’è niente di slevaggio là, farà un quartierino con un po’ di vegetali in più, le stradine di pavé e i lampioncini e un sacco di auto che vanno su e giù. Non si avvicinerà né una volpe né uno scoiattolo né un porcospino, solo ladri, e gatti a ravanare nella spazzatura.
Invece le dico, be’, ci son tanti che costruiscono una casa là.
Lei sembra stizzita e dice, se ce l’hai con me dimmelo che me ne vado.
Io dico no, ma sei andata via che eri una piratessa selvatica piena di fili di paglia e spighe nei capelli come noi, e torni che mi parli di smoking e cinematografo e villette, ho capito che torni da turista, mica da paesana, e io insomma se vuoi saperlo mentre eri via son successe un sacco di cose non belle, a Gancio e Fulisca, ai pesci del fiume e alla testa della gente. Io vivo con mio padre in una casa gialla e brutta, in camera mia posso attaccare al muro quello che voglio ma resta piccola, non abbiamo una lira e se zio Nevio non mi regalava il galleggiante e le esche non potevo neanche pescare, sarò anche antipatico, ma non puoi dirmi solo cosa è successo a te senza chiedere cos’è successo a me.
Scusa, dice lei con un filo di voce, scusa davvero.
Niente, dico io.
Sta un po’ in silenzio e si arrotola un treccione di capelli, così nervosa che temo che se lo strappi. Allora per fare la pace le metto la mano sotto il naso.
Questo è il profumo di moda quest’anno in paese, le dico, si chiama amour de vermicel.
Lei ride e mi mostra la lingua. Mi sembra cresciuta anche quella, mio dio. Esamina il contenuto del canestrino a mollo nell’acqua.
Quanti pesci hai preso, dice. Poverini. Alcuni sono ancora vivi.
Se vuoi, dico io, li lascio andare.
Lei non commenta.
Allora vuoto il panierino nell’acqua e li libero. Metà son già mezzi morti, metà si riprenderanno. La frittura se ne va scodinzolando verso il mare. Coglione che sono.
Allora, dice lei, io resto solo cinque giorni.
Ah, dico io, e una pietra gelida del fiume mi entra nello stomaco.
Lei si alza in piedi, tira un sasso nell’acqua e gli fa fare solo tre rimbalzini.
Io rido, ha proprio dimenticato come si fa. Le prendo la mano e le faccio vedere come si tiene la giarella, il sasso piatto.
Lei mi guarda con audacia cittadina e dice, sai che sei diventato un bel ragazzo, assomigli un po’ a James Dean.
E io sento un soffione di caldo, una vampata che in confronto la Venerelli è una mezza caldarrosta, e le rispondo, non lo so chi è questo James Din però me l’ha già detto qualcuno. Che balle, quando mi devono paragonare a qualcuno mi paragonano all’omino della pubblicità della Presbitero, quello con le matite dritte in testa.
Voglio dire, precisa lei, che gli assomiglieresti se ti pettinassi un po’.
Già, dico io.
E io a chi somiglio?, dice lei.
Da piccola le dicevo sempre, a una cicciona mangiawafer, ma lei lo sa, la furba, che adesso è una gran gnocca, e allora ci penso su e vorrei dire, somigli a un’attrice che in un film muore sparata, ma non ricordo il nome, e allora dico: tu sei la regina dei pirati, non hai bisogno di far gare, sei più bella di un’attrice.
Mi sa che stavolta l’ho azzeccata, perché lei tira il sasso e non gli fa fare neanche un rimbalzo, la manina trema. Allora le dico: facciamo una scommessa. Tiro io la giarella, se le faccio fare più di dieci rimbalzi domani ti porto nel bosco a fragoline.
Dai, dice lei.
Mi sento un po’ come il discobolo Adolfo Consolini, o Robin Hood quando deve tirare la freccia decisiva davanti a Lady Marian, o Pelé quando tira il rigore sullo zero a zero e potrei continuare con i paragoni per un’ora, perché modestamente a paragoni io sono come, e non faccio il paragone se no non ci fermiamo più. Il momento è storico. Scelgo un sasso adatto, liscio ma non troppo, bombato giusto, pesante giusto, lo bacio e dico:
– Vola, uccellino.
E il sasso fa uno due e tre e quattro rimbalzi lunghi e poi cinque sei e sette e otto medi e poi nove e dieci e undici e dodici e tredici pippe di saltini e al quattordicesimo si inabissa.
– Grande – dice lei, e accenna a un passo di danza. – Qual è il tuo record?
Una volta, dico io, con una sassata ho attraversato il lago da riva a riva, ho spaccato un dente a uno che pescava sull’altra sponda.
Sei sempre lo stesso, dice lei.
Anche tu, dico io.
Non è vero, ma facciamo finta che sia così.

Stefano Benni, Saltatempo
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