Per carità divina! Va bene tutto e poi ancora un po’. Però si adotti quantomeno una corretta formulazione. Mica per altro! E’ che così almeno si farebbe poca confusione.
Perché uno sprovveduto sarebbe anche orientato a credere che dietro alla designazione festival della canzone italiana ci siano severe selezioni, mirate premiazioni, ma specialmente effettivi talenti canori.
Magari Marco Carta ha vinto con merito. Magari. E magari no.
Di certo sapere che a farlo vincere – così come per altro già gli successe con Amici – sia stato anche il televoto lascia nell’animo dei più candidi qualche straccio di perplessità e di dubbio.
Quali saranno, ad esempio, le fasce di età che più di tutte si prendono la briga di vedere il programma, di digitare i preziosi tasti del prezioso telefono e di spendere i relativi preziosi centesimi? Anche quei candidi si risponderebbero che sono i più giovani. Quelli che credono ancora di contare qualcosa davvero. Quelli che "se lo voto io magari poi vince". Onore a quei giovani, ci mancherebbe! Ma meno onore a chi ne fa un uso bieco, col solo proposito di impinguare la cassa.
I demagoghi del Festival potrebbero dire che si è fatto ricorso al televoto per rendere meno settoriale la giuria; più "popolare". Insomma, per tirarsela di meno, per sentire il parere di tutti. Ma quei candidi non ci credono. Il televoto fa qualsiasi cosa tranne che sentire il parere di tutti. Sente solo il parere di chi televota, per definizione.
Può essere una soluzione nemmeno troppo sciocca quando si voglia trovare un nuovo attore da lanciare nelle fictionette di Mediaset, per essere certi che avrà un ritorno di pubblico. Ma sicuramente è una soluzione che si autodenuncia laddove pretendesse crismi di critica artistica.
Tanti complimenti dunque a Marco Carta, che ha vinto Amici e il festival della canzone italiana. Molti meno complimenti a chi invece non ha colto la differenza sostanziale.
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