L’utilitarismo viene presentato come la sola ideologia che oggi sia in grado di affrontare lo "stato di emergenza" prodotto dalla crisi. Tale ideologia pretende di costituire un mondo trasparente, in cui possiamo sempre giudicare ciascun essere umano in funzione di criteri chiari, precisi e univoci: i criteri quantitativi.
I bambini vengono valutati, in base a tali criteri individualistici, in modo unidimensionale. Questo significa ad esempio che un bambino "con problemi scolastici" non viene semplicemente considerato uno che prende brutti voti a scuola: pur essendo una persona sfaccettata e contraddittoria, verrà comunque giudicato solo in base ai voti e si dirà semplicemente che "ha dei problemi". Per lui il voto diventa, molto precocemente, l’equivalente del salario per i genitori. Ma il voto non rappresenta solo una specie di salario destinato a misurare il valore (quantitativo) del bambino. Nel gioco dell’utilitarismo scolastico, significa molto di più: viene considerato come una specie di biglietto d’ingresso nel mondo degli adulti, perché si pensa che chi non studia sarà disoccupato, avrà una vita mediocre eccetera. […]
nella pratica quotidiana dell’educazione, si passa dall’invito al desiderio a una variante più o meno dura di quello che potremmo chiamare apprendimento sotto minaccia.
I genitori, i professori e gli educatori cercano di indurre i giovani a imparare e a studiare. A questo scopo ripetono in modo più o meno esplicito un discorso che è in realtà una minaccia: "Se non studi a scuola, se non ti diplomi o non ti laurei, non troverai lavoro…". Gli adulti temono davvero l’avvenire e quindi cercano di formare i loro figli in modo che siano "armati" nei suoi confronti […]
E’ talmente evidente che nessuno oggi desidera il futuro, che la nostra società propone di ricorrere alla minaccia del peggio, che sarebbe l’unico modo per indurre all’ubbidienza adulti e bambini.[…]
In conclusione, oggi per essere al servizio della vita è necessario praticare un certo grado di resistenza. Resistere significa anche opporsi e scontrarsi, ma non dimentichiamo che, prima di tutto, resistere è creare.

tratto da: M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, trad. it. di E. Missana, Feltrinelli, Milano, 2004
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