Due giorni. Ancora due giorni e poi le lezioni saranno finite. Piacendo al Cielo o al Caso (che poi forse è la stessa cosa) non saranno finite quelle della vita, ma quelle universitarie sì. Magari in vecchiezza, disponendo di salute e di qualche euro oltre a quelli necessari per il pane il vino lo zucchero e il caffé, ritornerò tra quei banchi. Magari non proprio tra quelli, ma tra alcuni simili. Mi piacerebbe iscrivermi a Chimica, perché la chimica mi ha fatto sempre schifo (ma schifo schifo, eh!?). E perché non c’ho mai capito un cazzo. Vorrei scoprire tra quei banchi se non c’ho mai capito un cazzo perché mi faceva schifo o se mi faceva schifo perché non ci capivo un cazzo, come il sedano. Che mi fa schifo perché mica lo digerisco. Digerendolo magari lo apprezzerei, chissà! Beh, ma il discorso era poi un altro: stavo dicendo che mi dispiace. Mi dispiace proprio tanto che sia tutto "finito".
Certe volte nella vita la fine ci piace e ci rende euforici, come quando si finisce il militare e ci si sente liberi; o come quando si finisce il problema e si corre alla cattedra impettiti a confidare la soluzione alla maestra dalla penna rossa. Ma certe altre la fine è proprio fine. Come quando moriranno i nostri genitori e non ci saranno più, per noi. O come quando ti lascia la morosa e si mette a piovere.
Questa fine qui, questa delle lezioni, intendo, è più una fine come le seconde che ho descritto perché mi dispiacerà molto non vedere più i companeros de rivoluciòn e – massì, diciamolo! – certi professori carismatici e magnetici. Dovrò tornare ad essere io, io soltanto, ed in attesa di una nuova comunità dove vivere protetto dovrò disusare ogni noi. La mia identità si costituirà per un periodo, non so quanto lungo, solo di se stessa, senza la relazione con l’altro. E’ vero: ci sono gli amici, la famiglia, i funghi. Ma non è la stessa cosa.
Perciò mi dispiace.

Mi viene da ridere, ma so che è un ossimoro isterico.

Annunci