[…] Quindi venne la terza epoca del sapere – l’età dei critici, dei filologi e degli stampatori. […] Iniziarono il loro lavoro studiando e organizzando tutto quel che era contenuto nelle biblioteche. Non esistevano scorciatoie per imparare, né lessici esaurienti, né dizionari di antichità, né compilazioni accurate di mitologia e di storia. Ogni studente doveva immagazzinare nella propria testa l’intera massa dell’erudizione classica. Il testo e il canone di Omero, Platone, Aristotele e dei tragici dovevano ancora essere stabiliti. Firenze, Venezia, Basilea, Lione, Parigi rumoreggiavano di presse da stampa. I Manuzio, gli Estienne, i Froben lavoravano duramente giorno e notte, impiegando schiere di studiosi, di uomini di assoluta devozione e di grande intelligenza, il cui lavoro consisteva nel verificare la correttezza delle frasi, mettere gli accenti e la punteggiatura, mandare il testo in stampa e sottrarre all’avversione dei monaci e all’invidia del tempo quel conforto eterno dell’umanità che sono i classici. Le conquiste successive nell’ambito del sapere sono del tutto insignificanti se paragonate alle fatiche di quegli uomini, che ebbero bisogno di genio, di entusiasmo e della comprensione dell’Europa per portare a termine il loro titanico lavoro. Virgilio fu dato alle stampe nel 1470, Omero nel 1488, Aristotele nel 1495, Platone nel 1513: fu allora che essi diventarono patrimonio inalienabile dell’umanità. Ma quante notti insonni, quanta fatica intellettuale, quanti dubbi e speranze dovettero sopportare quegli studiosi dell’umanesimo, che noi consideriamo piuttosto dei pedanti! Chi di noi oggi si infervora e freme di emozione nel sentire il nome di Aldo Manuzio, o di Henricus Stephanus, o di Johannes Froben? Eppure così dovrebbe essere, perché a loro dobbiamo in gran parte la nostra libertà di spirito, le risorse del nostro piacere intellettuale, la nostra padronanza del passato, la nostra certezza del futuro della cultura umana.

John Addington Symonds, "Il Rinascimento in Italia"
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