Ieri sera, leggendo in vista di un esame, sono imbatutto per fortuna in qualcosa che mi è piaciuto assai. Dopo un lungo e non sempre gustoso approfondimento sui punti di vista dello spettatore nell’analisi delle immagini e dei loro significati; dopo aver parlato dei ruoli narrativi che lo spettatore ricopre a seconda del punto di vista con cui guarda, si dice che la "proiezione" dello spettatore all’interno dell’immagine attraverso le figure ausiliarie, andrebbe letta piuttosto come una rifrazione, ossia un moltiplicarsi di offerte di sguardo e quindi di effetti di senso. Non una, quindi, ma identificazioni diverse. Un gioco che ha qualcosa della macchina teatrale e molto del racconto letterario. Ogni immagine non si limita a tollerare le variazioni, ma le genera in noi, quasi.

Il problema dell’identità (ed è la cosa che mi è parsa più importante) si pone allora in termini differenti: non più come ciò che rimane staticamente, ancorato a una serie di relazioni univoche; ma, piuttosto, identità come ciò che permane dinamicamente attraverso il gioco dell’identificazione e dei ruoli. Come a dire che è solo provando le diverse maschere che l’immagine (o il testo) gli porge, che lo spettatore (o il lettore) capisce chi è. O meglio, impara a capire chi è.


Non vi sembra una grande metafora del processo di costituzione dell’identità personale?
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