Poco fa il professor P.G. – supplente del prof. G.P. – ha detto che una scienza ha come oggetto qualcosa, altrimenti che scienza è? E che per questa ragione la storia, quando nell’Ottocento positivista ha deciso di diventare una scienza, ha messo al centro della propria indagine il documento. Alla fine della lezione, ritornando verso la mia stanza, pensavo ai cari post che oggi ho letto un po’ di qua e un po’ di là, alle belle parole, ai bei significati che veicolano e specialmente al desiderio di umanità che da più parti si leva. Insomma, mi sono sentito come in preda a dei ciechi furori, al desiderio di concorrere per quel che posso ad alimentare questo calderone di bei pensieri che non servono a nient’altro che a sentirsi meglio (buttali via!!). Così ho pensato che noi non siamo scienziati di niente, che abbiamo come oggetto l’insondabile e che il nostro documento, quando vi fosse, sarebbe quello della “vita”. Ho anche pensato, con tutte quelle vertigini, che molto il mondo pacato dell’on-line dista da quello incandescente dell’off-line, la cosiddetta vita vera, la presunta realtà. E mi sono sentito alla pari di tanti miei simili, come quelle formichine laboriose, tutte intente a seguire le tracce chimiche delle prime della fila, tutte a procedere in una direzione senza sapere bene quale sia lo scopo, quali siano i mezzi, sentendo solo magicamente “che dev’esserci qualcosa di buono”. Il rammarico è quello di non essere completamente come quelle formichine, ma di distanziarci quel troppo che basta. Sarebbe forse meglio fare un passo indietro ed essere primitivi, oppure due avanti e diventare ultra-uomini. Invece abbiamo l’intelligenza sufficiente per porci domande e non necessaria per risponderci. In questo nostro eterno e ciclico non capirci niente, cerchiamo allora di succhiare quanto più nettare è possibile, ripetendoci con i poeti che noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno: siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno (“Incontro”, F.Guccini).

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