Avete mai fatto caso che la sera siamo tendenzialmente più mistici? Secondo voi perchè? A me capita proprio così..vengono in mente tante di quelle coglionate! Pensieri che il giorno dopo quasi ci fanno paura, o che non crediamo appartenerci. Sentenze del tutto inadatte, superate da nuovi propositi, da più freschi sentori.
Ma la sera ci capita qualcosa, e più precisamente ci capita in quella zona particolare del crepuscolo. Quando i contorni un poco sfumano, i contadini abbandonano i campi, i bilanci delle giornate rimbombano nella testa vuota. Come se con malinconia salutassimo quel nostro io di quel giorno, consapevoli che non tornerà più. E’ quasi un momento, ma ogni giorno arriva questo limite, questo passaggio di consegne. Gli animi più sensibili forse lo avvertono di più, specialmente quegli animi sensibili che non hanno poi molto da fare e quel poco che hanno da fare non lo fanno.
Capitava così anche ai poeti, forse. Di certo capitava a Dino Campana, poeta di Marradi (FI).

L’invetriata

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.

Il poeta affronta in solitudine il momento della sera. In una stanza in penombra osserva la fioca luce filtrare dalla finestra e mescolarsi con l’oscurità (della stanza, ma anche del suo animo). E’ l’ora peggiore per chi è depresso e la luce che improvvisamente si accende alla madonnina sul ponte lo disturba e lo fa imprecare, mentre nella stanza restano lui e la sua ferita che non guarisce mai, tanto che sta come imputridendo. La sua condizione di uomo e poeta incompreso dal mondo e in fuga da tutti non trova il conforto nemmeno di una stanza buia, non può dimenticare niente. Poi la sera arriva, con il suo abito blu e i bottoni gialli di madreperla che pulsano, che tremano. Sta meglio, il momento più difficile è passato, ma sente che resta sempre la piaga che non guarisce mai. Anche nel cuore della sera resta la piaga rossa languente.
Come mi ricorda il mio Faber! Come mi sembra Amico fragile! Volevo farci la tesi, sul loro confronto, ma sono arrivato in un momento poco "consono", così mi sono rivolto all’Ariosto e alle sue Satire. Ma in mezzo ad un libricino visionario e imprendibile come "I canti Orfici" di Campana, questa poesia resta per me qualcosa di speciale. L’ho letta diverse volte perché mi affascina molto e mi avvolge come un’atmosfera.
E’ vero, per i matti nutro da sempre una certa simpatia.

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