Lo sgrassatore ha dei problemi con il tempo

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Lo so che le vostre vite sono già molto dense e pregne di significato, per pensare anche a delle questioncine di second’ordine, però un pensiero agli sgrassatori glielo si potrebbe pure concedere, no?

Molto spesso, lo ammetto, li avevo frettolosamente etichettati come truffe o affini. Tanto che iniziavo a dubitare del mondo degli sgrassatori.

Invece stasera, complice una commissioncina che ho dovuto incastrare, ho dovuto lasciare un attimo lì lo sgrassatore, dopo averlo ormai spruzzato. Un attimo che poi è diventato due attimi. E così via.

Il fatto è che molte volte abbiamo delle idee e le proviamo. O iniziamo a seguire una persona, o delle persone, e poi molliamo. È tutto come per lo sgrassatore. Se non ci crediamo abbastanza, se siamo sfiduciati, se temiamo che tutto il mondo degli sgrassatori non sia altro che una colossale truffa, poi per forza che le cose vanno male. Ma non è colpa degli sgrassatori, l’ho scoperto stasera. È colpa nostra.

Non lasciamo che lo sgrassatore si prenda il suo tempo. Non lasciamo che le idee attecchiscano, che le persone operino beneficamente.

E così passa inesorabile la spugna sullo sgrassatore e i nostri buoni propositi.

Invece no, fidatevi: date il tempo allo sgrassatore e la vostra vita, che è già densa e pregna di significato, migliorerà irrimediabilmente, quasi scintillerà.

La vita è quell’acquetta lì che rimane alla fine

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Su quanto siano importanti i sogni s’è detto tanto. Possiamo anche dire che si sia detto troppo?

C’è chi ci definisce della stessa sostanza dei sogni.

I sogni fanno bene, sono la benzina, sono l’orizzonte verso cui camminare:

L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai.

A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a farci continuare a camminare.
– Eduardo Galeano –

E fin qui va tutto bene, ci mancherebbe. Bello, bellissimo.

Però, signori miei, bisogna anche dire le cose come stanno. I film, i libri, la musica, i disegni sono una cosa che arricchisce la vita, ma purtroppo non sono la vita.

Avete presente un cocktail? Metteteci del gin buono o del rhum o quello che volete voi. Ma poi c’è anche il ghiaccio. Al primo golone sembra una cosa buona che mai. Ma se ci si attarda un attimo, mica nemmeno molto, eh, giusto un attimo solo, il ghiaccio si prende tutto.

Si mescola, si fonde, alla fine ci resta una specie di brodaglia sporca, del ghiaccio fuso, sporco, che ha annacquato tutto.

E allora che si fa, non si bevono più cocktail? Col cazzo. Si bevono, ma con consapevolezza.

Proprio così: si vive, ma con consapevolezza. Non è un pensiero triste, smettetela di essere infantili. Non è per niente un pensiero triste, è solo un pensiero maturo.

La vita semmai è una cosa che si fa nelle mezz’ore. Ci dedichiamo a questi grandi sogni verso cui tendere, questi nobili ideali che ci infiammano le corde vocali, come passatempo. Ma il resto è tenere botta.

Il resto è attardarsi.

Perché è tutto una credenza che si sbuccia, un tubo che si rompe, un documento da inviare, un documento da ricevere, un documento da firmare. È tutto un doversi ricordare, tutto un doversi segnare, tutto un doversi ricordare di ricordare.

Tutto un far fronte, una manutenzione (o una una manattenzione: un’attenzione manuale).

Allora di cosa stiamo parlando?

Gli scrittori, gli sceneggiatori, i musicisti, i disegnatori, ci hanno fatto gli imperi, con i nostri poveri sogni bucati. Si sono presi gioco di noi, proprio come i baristi col ghiaccio. Lo sapete, no, che i baristi sono come gli esquimesi, che si fanno la casa col ghiaccio, o no?

E allora di cosa stiamo parlando?

Non siate infantili: non è un pensiero triste ma consapevole.

La prima mossa davvero furba, la prima cosa da fare per non passare da coglioni è saperlo. Sapere che la vita è tutto un via vai di idraulici e imbianchini, tutto un via vai di pronti soccorsi e dentista, tutto un resistere alle ruote bucate, alle sportierate, ai nostri simili che molto spesso non sono proprio simili per un cazzo.

Ci si attarda rispetto ai nostri sogni, non c’è niente da fare, non siamo cattivi, non abbiamo perso, era così dall’inizio, amici miei.

Ve la siete presa un attimo comoda, che poi comoda è un parolone, viste le fritture di marroni che non ci abbandonano mai, e il ghiaccio ha preso tutto.

Alla fine rimane quella roba lì, che non fa nemmeno schifo, ma che ci vuole un bel coraggio a chiamarlo cocktail.

Allora correggiamo Galeano con Hamsun, valà:

Ero seduto là sulla panchina e pensavo a tutto ciò e diventavo sempre più duro verso Dio per le sue costanti angherie. Se credeva di attirarmi a sé più vicino e di rendermi migliore col farmi soffrire e mettendo ostacoli su ostacoli sulla mia via si sbagliava un pochino, poteva esserne sicuro.

– Knut Hamsun –

[basterebbe solo questo per capire quanto sia migliore e più avveduto il popolo scandinavo e quanto troppo sole rischi di confondere le idee]

Era da un bel pezzo che volevo scrivere un bel pezzo e forse adesso ci sono riuscito.

Il Barbiere della Marecchiese

Io lo chiamo Luciano, anche se non lo so come si chiama. Ha la faccia di uno che si potrebbe chiamare Luciano, tipo.

Ed è una faccia che è bello vedere la mattina, quando hai bisogno di vedere qualcosa di bello. Luciano infatti sorride sempre, ma non è come quel sorride sempre che si dice di tante persone.

Quelli di Luciano non sono sorrisi di circostanza, è proprio il suo modo di stare al mondo.

Luciano fa il barbiere perché vedo che entra nel suo negozio di barbiere. Ma io non ci sono mai andato. Non so se Luciano sia o meno bravo nel fare il barbiere, ma lui comunque mi sorride sempre, che sia bravo o no e sono ormai 5-6 anni che mi dice buongiorno in quel modo che soltanto lui ha.

Lo incrocio in bicicletta, lui a piedi, che scende per la via e ancora da lontano inizia a sorridere. Magari, come tutti, avrà avuto le sue storie brutte, le sue faccende per le quali contrirsi e tuttora certamente avrà i suoi bei motivi, in primo luogo l’età, visto che Luciano ha lasciato il meglio alle spalle, come si suol dire.

Ma lui sorride e in inverno è buffo sotto al colbacco peloso. Di Luciano non so niente, non c’ho mai parlato, né, credo, mai ci parlerò. Ma lui sorride in quel modo che solo lui ha, allargando il sorriso ad un abbraccio alla vita, infondendo serenità anche nei giorni di nebbia.

Se si può voler bene ad uno sconosciuto che nemmeno sai come si chiama, io a Luciano voglio bene. E delle volte mi metto lì e mi immagino che vita potrà mai aver avuto.

Tipo che magari da giovane avrebbe desiderato fare tutt’altro mestiere, tutt’altra esistenza, vivere in tutt’altra città. O che ha dovuto superare non so bene quali lutti o che ha registrato non so quali fortune o gioie. Non so se sia sposato, se abbia figli, se abbia qualcuno che cucini per lui, so soltanto che ha le api.

Un giorno in fila alla Coop parlava con la cassiera e diceva che quest’anno avrebbe avuto meno miele poiché le api si erano ammalate, poverine. La cassiera ha detto che è una cosa brutta e Luciano ha detto che è vero.

Con Luciano ci siamo scambiati alcune centinaia di buongiorno sinceri, da quando sono a Rimini, e sono contento che esista. Ogni tanto ci penso, anche se non so niente di lui, nemmeno se si chiami Luciano, tanto per cominciare.

Lo sa anche lui che la nostalgia è una canaglia?

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Ma quanto è bello il suggeritore, quello che non so di preciso come si chiami, ma che un tempo certamente si sarebbe chiamato t9 o qualcosa del genere?

Mi stavo appuntando due concetti al volo, fintanto che li avevo pensati, e niente, scrivo “nostalgia” e zac, il suggeritore lì vicino mi suggerisce, per l’appunto, “canaglia”.

Lo sa anche lui che la nostalgia è una canaglia?

Il fatto è che rientrando al lavoro avevo visto i papaveri. Quelli rossi, che da piccolo li aprivi, poverini, quando erano ancora in bocciolo, per vedere se si erano già formati del tutto o se erano ancora rosa o di qualche altro colore. Che da piccolo puoi fare delle cose sceme, coperto dal fatto che sei piccolo e non capisci una cippa. Poi diventi grande e capisci ancora meno e non sei più coperto e allora tutti si arrabbiano. Ci sta.

Comunque niente, ero lì che ho avvistato i rarissimi papaveri di cui disponiamo in natura, e ho pensato “dioppò, i papaveri, che fighi!”, e subito dopo mi son detto “e le lucciole?”. Un tempo c’erano papaveri e lucciole senza un perché e si stava fuori a giocare a calcio nella strada ed era tutto uno sbrilluccichìo di lucciole e si correva liberi che di pericoli non ce n’era.

Poi mi son detto che se lo sa qualcuno, che faccio sti pensieri qui, sarebbe pure capace di pensare che io sia nostalgico, eh?

E non è mica permesso, oggigiorno, essere nostalgici. È vista come una debolezza, come uno strenuo sforzo di resistere al normale decorso degli eventi, alla normale prosecuzione della faccenda. Non si parla di invecchiamento ma di crescita, non di abbandoni ma di saluti.

E invece te sei lì che vedi i papaveri, poverini, tutti belli sbocciati e rossi e pensi che a cavallo tra l’80 e il 90 avevi già delle Converse nere, le prime della tua vita, tutte scarabocchiate nelle parti bianche, con i nomi dei calciatori e via discorrendo, e che con queste Converse scarabocchiate ci davi in mezzo alle lucciole e ai papaveri.

E in quel momento, in preda a tutta quella svenevolezza da cuori teneri, mi son chiesto perché faccia così tanta paura, la nostalgia.

Più in generale perché si debba leggere necessariamente in chiave negativa, come una cosa triste e non, più semplicemente, come il piacere di aver vissuto quel che si ha vissuto (intanto che ancora non si conosce quel che si vivrà).

Qualcuno a simili rimostranze saprebbe rispondere per le rime, è proprio il caso di dirlo. Giacomino per esempio risolveva la questione coi positivisti dell’Ottocento con la clamorosa supercazzola della Ginestra (dipinte in queste rive son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive), ma io che non sono Giacomino vi invito più semplicemente a non smerigliare troppo con la vostra felicità a comando e a lasciarmi gioire, per esempio, se ritrovando i papaveri vengo pervaso dalla nostalgia, nostalgia canaglia.

Non c’è niente di poetico nella natura

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Ogni giorno mi sembra che tutto quello che faccio, dall’indolenzito risveglio fino al pigro rincasare, non sia altro che il preludio ad un momento.

Un momento che quasi sempre non arriva mai. Quel momento in cui finalmente posso dire “io” e sedermi e scrivere qualcosa. Scrivo anche tutto il resto del giorno, per fortuna, ma non scrivo dicendo “io” ed è tutta un’altra cosa.

Comunque, visto che finalmente mi sono seduto in quel momento per il quale sono nato, ecco che posso scrivere qualcosa.

E quel qualcosa che scrivo, questa sera, è che la natura non è poetica.

Proprio così: sicuramente bella, anzi bellissima. Chi mi conosce sa che se c’è una cosa che mi piace su questa lurida crosta terrestre, quella cosa è la natura.

Ma non poetica.

Inutile negarlo: ci sono dei momenti nella giornata, magari verso il tramonto, quando usciamo per un istante dalla furiosa e inaudita gabbia che ci imprigiona, in cui solleviamo il naso e vediamo qualcosa di meraviglioso. La natura in giro per la vita disegna quadri talmente belli, talmente perfetti, talmente armoniosi e sublimi, che a volte cadiamo in errore e ci viene da pensare che questo sia poetico, o addirittura buono.

In realtà non c’è proprio un bel cazzo di poetico nella natura, proprio così.

Che non ci sia proprio un bel cazzo di poetico, nella natura, lo si potrebbe capire da quasi tutte le cose, ma se proprio non lo si vuole capire da tutte le cose, si guardi per esempio alle relazioni degli umani.

Nella fattispecie si guardi a quelle relazioni degli umani che vorrebbero essere le più poetiche di tutte: quelle sentimentali.

Si guardi a due innamorati, a cosa si dicono, a cosa provano, ognuno nell’intimo tabernacolo del proprio cuore (così si dice e si pensa). Sono sinceri, eh? Nessuno dice niente. Sincerissimi.

Si dicono che si amano, che si sono trovati, che sarà bello, che sarà poetico, guardano i film dolci, mangiano le cose dolci, si dicono le cose dolci, si fanno piacere a vicenda le cose, e così via. A vederli da fuori, e ancora di più da dentro, sembrano poetici, eccome.

E che cosa c’è di più naturale di una relazione tra due persone che si amano? Dunque verrebbe da dire che la natura, che crea una cosa così poetica come una relazione tra due innamorati, sia poetica.

Niente di più falso.

La natura non è poetica. La natura fa i suoi conti, ha le sue logiche. La natura ha di buono che è imparziale, sovrana, dittatrice. Comanda tutti nello stesso modo, non conosce il valore della moneta. La natura è incorruttibile. Ma non poetica. Poetica proprio no. Ho capito che sono belli i prati della Val di Fassa e le Dolomiti sembrano disegnate da Dio, ma non è questione di poesia, forse è solo questione di culo.

Perché poi gli innamorati, poverini, possono anche perdere piano piano quel fil rouge che li univa. Va a capire perché, sono cose che succedono così. Viene meno il fil rouge, si ha un po’ meno voglia e alla fine, dai e dai, succede che gli innamorati magari restano innamorati ma si dicono che è meglio fare diversamente.

Capito? Finita la famosa poesia.

Adesso fanno diversamente e ognun per sé e Dio per tutti. Perché se non rispetti la natura, hai voglia te ad essere poetico! Non c’è proprio un bel cazzo da fare. La natura ha le sue leggi, non ci si scappa.

La natura fa dire le cose alle persone, fa provare le cose alle persone, fa sentire le cose alle persone, fa prendere decisioni. Proprio così. E quelle persone che sembravano legate da qualcosa di magico, che si erano dette speciali, dopo che hanno deciso di fare diversamente, diventano estranee.

Se fosse stata vera poesia, sarebbe rimasta anche dopo la decisione, non basterebbe la diversa quotidianità per sopprimerla, Petrarca ci arriva ancora oggi. Invece quante volte vi è capitato di vedere una persona che conoscevate, e che adesso non conoscete più?

La natura è contingenza, vecchi miei.

Contingenza, proprio così.

Non c’è niente di poetico ed eterno nella natura, lei si fa i suoi conti, impartisce i suoi comandi, rispetta le sue regole.

E di chi non è d’accordo, o semplicemente ha paura, non gliene frega proprio un cazzo.

Le porte esterne del treno potrebbero essere fuori servizio

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Una bella parata di culo, no? Noi ve l’avevamo detto, che potrebbero essere fuori servizio. Si prega di prestare attenzione ai cartelli gialli posti in prossimità delle porte, ok.

Ma come cosa di ripararle, tipo?

Cioè, se registri un messaggio audio, così poi lo puoi mandare in onda ad imperitura memoria senza smerigliarti le corde vocali, forse è segno che sta cosa delle porte fuori servizio, non è esattamente qualcosa di accidentale e momentaneo, come ogni guasto per sua natura dovrebbe essere, o no?

E noi siamo lì, belli belli, che ascoltiamo sti messaggi delle porte esterne che potrebbero essere fuori servizio e facciamo sì sì con la testa, magari pensiamo anche che sono dei signori, sti qui di Trenitalia, che poverini ci avvisano pure.

Cosa volete che me ne freghi a me, delle porte esterne dei treni, ci mancherebbe. Ok, sono pignolo. E bastardo, come aggiungerebbe Giovanni.

Il fatto è che, come sempre, è una questione molto più fine, molto più profonda, molto più seria.

Il fatto è che si prende quello che dovrebbe essere un momentaneo disguido e lo si eleva a rango di normale consuetudine, col nostro laissez faire – allargabraccista e si va avanti così.

Cosa vuoi che sia? Sai quante cazzo di porte ha un treno? Un treno avrà sempre qualche porta che non va, è normale che ci facciano i cartelli e i messaggi audio.

E poi cmq ci sono altre porte che funzionano, devi proprio accanirti con quelle che non vanno, poverine? Saran questi i problemi, con la disoccupazione giovanile al 40%?

Sì, signori, i problemi dovrebbero essere anche questi, eccome. Proprio così. Perché se accettiamo che il sistema abbia falle proprio come suo istituto costitutivo, allora non potremo mai sperare in niente di buono, in generale.

Il pressappochismo crea errori, che inducono il pressappochismo. Avremo sempre qualche altro guaio ben maggiore, a cui guardare e ce ne sbatteremo sempre più le palle delle porte fuori servizio e dei loro cartelli gialli.

Finché un giorno non avremo più nemmeno il treno.

Dal mobile alla dromomania del cuore (c’ho una fissa per i fissi)

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Oh, si fa per parlare, eh? Ma davvero sta cosa qui dell’avvento del mobile (mobàil) forse ci sta un attimino scappando di mano.

Ne ho avuto la riprova ieri sera. Chiamo casa. La casa dove sono nato e cresciuto, cercavo uno a caso. Uno a caso della casa. E niente. Il numero non esiste più. Cioè quel mio bel numero storico, che da quando esisto è il “mio numero di casa”, non esiste più.

Come a dire che non esiste più una casa.

C’era un numero e ad esso era associata un’ “utenza fissa” e te chiamavi lì e il primo coglione che passava (e che c’aveva voglia), forse ti rispondeva. Ogni tipo di zia telefonava lì. Se avevi un amico e ti cercava, ti cercava lì.

Tu stesso per chiedere i compiti chiamavi la Giovanna, per esempio. Cioè, casa della Giovanna. Per fare i giri in bici chiamavi casa di Davide, per giocare a calcio chiamavi a casa di Matteo e così via. Avevi la tua bella rubrica mentale di 10-12 numeri “fissi” e chiamavi quelli.

Direte che è una cosa di poco conto, vero. Di pochissimo conto. Certo. Di fronte alle cose brutte della vita, cosa volete che sia perdere le cose fisse? Niente. Ok.

Ma se la prendi leggermente più larga, lo capisci subito cosa voglia dire. Il numero fisso non è solo un fottuto numero fisso, non è un’invenzione di un sofista. Il numero fisso allude ad un collettivo, allude ad una famiglia. Quello è il numero di quella famiglia.

Non solo, amici miei. Il numero fisso, col suo bel prefissino fisso, ti diceva anche di che zona fossi. Tutti quelli di Piacenza avevano il loro bel 0523 davanti, come fosse un accento. Tutti quelli di un comune avevano cifre simili all’inizio del numero.

Si faceva parte di qualcosa, perdio. Non si era soli al mondo, con un proprio numero lungo lungo, come le matricole dei carcerati.

Chiamavi un gruppo di persone che erano dentro un gruppo di case che facevano parte di un gruppo di paesi che faceva parte di un gruppo di qualcosa.

Adesso di che cosa diamine facciamo parte?

Allora mi hanno detto ma cosa vuoi che sia, oggigiorno ci perdi e basta a tenere un numero fisso, che ti chiamano solo i telescocciatori. E come dargli torto, ma siamo proprio sicuri che non ci abbiamo perso niente?

Con sta mania del mobail, dell’uno contro tutti, del ciascun per sé e poi si vede, abbiamo perso i telefoni fissi, i posti fissi, le persone fisse.

È una dromomania perenne, l’impossibilità di dare una singola fottuta cosa per scontata.

Infoglut come non ci fosse un domani (less is more, ma poi fate come volete)

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Oh, amici, va bene che bisogna stare al passo, che la formazione non finisce mai, che la scuola dura tutta la vita e tutte quelle belle cosine lì.

Però è anche vero che se non riusciamo a delimitare un minimo quello che serve sapere da quello che non serve sapere (volevo essere più cattivo e scrivere che serve non sapere, ma ho tralasciato) non ce la possiamo proprio fare.

Eh no, pensateci bene, non ce la potremo proprio più fare.

Non ha senso vivere con sensi di colpa perché non si è fatto in tempo a leggere i 247 post interessanti che la tua community di appartenenza ha scritto ieri (e ci sono community per tutti i lavori del mondo, anche per i guardiani dei fari). Che cappero di esistenza è?

Tutto questo proliferare di professori, di pagine di professori, video tutorial, dirette su Facebook, corsi dei corsi di formazione, festival e appuntamenti imperdibili di varia natura, ha finito con il sottolineare tutto. Come se uno si fosse comprato un manuale di 2500 pagine e l’avesse sottolineato tutto, da capo a piedi, in vista di un esame.
malesani
Se non riusciamo a capire cosa ha senso da cosa è un rumore di sottofondo, corriamo il rischio di perdere realmente le sole 4-5 cose veramente utili che ogni tanto passano di qua.

Per cui so che non lo farete, ma io vi invito a stare tutti calmi, cazo, come diceva Malesani. Che so io, cucinate, portate in giro il cane, guardate un film, regalatevi un massaggio, se proprio non sapete che fare pulite il box doccia, che di certo quello ha sempre bisogno di essere pulito un po’.

Concimate i fiori, perché no?

Vedrete che si riesce a vivere easy anche senza scrivere o condividere 16 post tecnicissimi e all’avanguardia ogni giorno.

Badate alla vita, insomma.

E noi, dal canto nostro, sapremo che quando esce qualcosa, vale la pena di leggerla.

Ma così no, dai, fate i bravini.

Sul perché è meglio andare in giro con una gomma

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Si fa presto a dire “cancellare”.

All’azione del “cancellare” molto spesso leghiamo i concetti di “errore”, “rifare”, tornare indietro”, qualcosa di negativo, tutto sommato.

Si cancella se si ha sbagliato. Gli informatici direbbero control zeta. Invece basta avere una vecchia scheda del bancomat per rendersi conto che andare in giro con una gomma nella saccoccia, in definitiva, è un atto meritorio, che può far comodo in diverse occasioni. gomma_cancellare

Sì perché ho scoperto che quando non ci funziona la scheda del bancomat, o postamat o quel che è, si dice che sia prassi assai virtuosa e taumaturgica quella di cancellare, di passare una bella sgommata sul chip, che miracolosamente torna a nuova vita.

Provare per credere.

Così l’altra sera arrivo lì bello tronfio, pronto a esercitare il mio diritto di cancelliere, con la gomma in saccoccia, che niente, per la prima volta nel suo recente passato, la scheda ha deciso di funzionare.

Accadimento che, come capirete, lascia intendere altri concetti:

  • l’importanza, nella vita, della minaccia (leggasi anche deterrente)
  • la validità delle leggi di Murphy, che se ti dimentichi qualcosa, sicuramente ti sarebbe servito e se non te lo dimentichi, non ti servirà mai
  • la bellezza di poter prelevare in santa pace e rientrare verso casa pensando alle gomme del mondo

Pensando, più che altro, che dove finisce una gomma, grosso modo inizia sempre una matita e che la gomma di per sé fa anche poco, se poi nessuno ha voglia di ri-scrivere.

Poi ho anche pensato (che quando metti in moto gli ingranaggi, non li tieni più) alla bellezza del “condivivere”, il fare insieme le cose come condimento, sugo, del vivere quotidiano, ho scoperto che esiste Ezio Bosso e tante altre cosine simili.

Così belle che manco mi viene voglia di cancellarle.

Bios e tecnica

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Stasera stavo pensando alle giornate che si allungano, a quanti minuti di luce recuperiamo ogni giorno. Allora mi sono detto che sarebbe bello ogni sera postare come stato su Facebook (tanto se ne postano tanti!) l’orario in cui il giorno dopo ci saranno il tramonto e poi l’alba.

Poi ho cercato di capire come mai io subisca così tanto il fascino di queste vicende infuso-di-ortica_NG1geografico-metereologiche e mi sono risposto che non lo so, in definitiva, ma in effetti vado matto per i moti delle correnti, capire come si formano i venti, come funzionano le maree o gli sbarramenti dell’alta pressione. Ho capito che più in generale vado matto per tutto quello che parla di vita, che sia uomo o Natura tout court.

Lì per lì mi è venuto un po’ da maledirmi, perché col senno del poi avrei potuto studiare geografia o metereologia o scienze naturali o chissà che altro, ma poi in realtà ho capito che anche Lettere studia l’uomo (dal di dentro) e allora va bene così. Che secondo me solo 2 materie studiano l’uomo e quelle sono Lettere (Filosofia) e Medicina. Una lo studia dal di dentro, come fuziona a livello di sentimenti; e l’altra lo studia dal di fuori, ossia come funziona a livello di nervi, telaio, moto, muscoli volontari o meno.

Alla fine mi sono venuti in mente tutti quelli che si sbagliano. Tutti quelli che non si ricordano che è stato l’uomo, ad un certo punto, ad introdurre le discipline tecniche e non il contrario. È stato l’uomo, per vivere meglio, che ha disciplinato certi ambiti del sapere, li ha scandagliati, catalogati e riassunti con certi princìpi. È l’uomo che fa nascere l’informatica, non è l’informatica che ha creato l’uomo.

Per questo vorrei esortare tutti a tenerlo a mente: dobbiamo restare umani dacché l’uomo è al centro. Anche quando vendiamo un prodotto, teniamo a mente che siamo un essere umano che si rapporta ad un essere umano. Quando dobbiamo decidere per le nostre politiche ambientali, teniamo conto che gli scarichi delle auto teoricamente dovrebbero essere funzionali alla nostra vita e non è la nostra vita che è funzionale agli scarichi.

È vero che senza tecnici non sapremmo arrivare a domani, per cui viva i tecnici e che dio li conservi in salute, ma consideriamo che dietro ogni numero, dietro ogni legge matematica, dietro ad ogni amperaggio o voltaggio, dietro ad ogni computazione, addizione, moltiplicazione e quant’altro, c’è la vita naturale. Siamo così tanto intimamente connessi ai bit (e questo post lo dimostra), che è sempre più fatica distinguere l’uomo dal non-uomo, per questo forse non sarà mai superfluo un pochino di esercizio quotidiano, per ripeterci che al centro c’è l’uomo, deve restare l’uomo.

La cosa bella di tutto questo è che quando uno cerca di mettere l’uomo al centro, gli altri esseri umani, se non se ne accorgono del tutto, almeno in qualche modo lo intuiscono.