Come quando un anziano mangia il gelato

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Stavo sentendo una canzone, una canzone bella, per altro. Una canzone che dice 18 anni sono pochi per conoscere il futuro.

E niente.

Poi sono uscito e ho visto due presumibilmente 30enni, presumibilmente morosi, che camminavano insieme (verso chissà dove) e lui le diceva che quel tale è il capo del reparto … (non ho fatto in tempo a sentire).

Allora ho pensato che ogni stagione ha le sue. A 18 anni pensi all’esame di quinta, alle ragazze, ai calciatori. E speri di cavartela, in qualche modo. La gente ti dà anche credito, per carità. Ti ammazzano ma piano, per il fatto che sei giovane, hai 18 anni dopotutto.

Poi arriva il momento della patente, le prime uscite, i genitori che si preoccupano, il ghiaccio sulla strada. Piano piano si passa dal “ha solo 18 anni” a “ha già 18 anni”.

L’anagrafica, dopo tutto, conta. Comporta skills, li chiamano così gli inglesi. L’anagrafica dovrebbe comportare anche tutto un portato di maturità, di miglioramenti, di sapersela cavare, che gli altri mica ci possono essere sempre.

Il fatto, amici miei, è che l’anagrafica è un dato che molto spesso è completamente distaccato da tutto il resto. L’anagrafica ha a che fare coi numeri. Se hai 1982 sul foglio, allora sono 35, e così via.

Ma tu magari sei ancora uguale, o ti senti tale. Semplicemente dalla patente, come diceva quel ragazzo lì che camminava chissà dove con quella ragazza lì, sei passato adesso a preoccuparti del tale che è capo del reparto salcazzo.

Cioè noi restiamo molto spesso immutati, quello che cambia è quello che dovremmo rappresentare, alla luce della nostra anagrafica.

E se 18 anni sono pochi, come urla qui sotto Venditti, implorando un minimo di comprensione e tolleranza, a 40 anni e 60 anni le cose cambieranno e molti di quelli che ti davano credito non ci saranno nemmeno più.

Ma siamo sempre noi, per dio. Siamo sempre umani. Sono cambiate solo le preoccupazioni e gli acciacchi. Il numero di capelli e di denti, ma siamo noi, per dio. Siamo quei 18enni qualche anno dopo. O no?

Sono pochi anche 65 anni, altroché, mica solo 18.

Allora io penso agli anziani e mi commuovo. Io penso agli anziani quando mangiano il gelato.

Non c’è niente di così bello, nel mondo che conosco, come vedere un anziano che mangia il gelato.

Fateci caso.

Il gelato piace a tutti, grandi e piccini, maschi e femmine. Il gelato è democratico. Ma nessuno lo mangia con tale entusiasmo innocente come l’anziano.

Se vedi un anziano che mangia il gelato, non faticherai a trovarci entusiasmo, ma soprattutto vedrai gli occhi del bambino. Gli pare di farla grossa, a lui, a mangiare il gelato, che è cosa da bambini.

Magari ha anche il diabete, va a capire.

E invece mangia il gelato e gli pare di tornare a vivere, in quel momento. Io aprirei una gelateria solo per poter vedere un po’ di anziani mangiare il gelato, che è una delle cose più belle che si possono vedere, in vita.

Quando penso ai miei nonni, che non ci sono più, per esempio, nella mia mente non li vedo mai che soffrono – e hanno sofferto moltissimo.

Io li vedo che mangiano il gelato.

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L’Umanesimo è tornato, come tornano tutte le cose più belle

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Oggi pensavo a questa cosa dello human to human, no? Avete presente? Nei modelli di marketing, finalmente, sta prendendo sempre più piede una forma di comunicazione da umano a umano, chiamata anche H2H, che sostituisce quella imperante fino a pochi anni fa, la mitica B2B (business to business).

Il succo è che il business dovrebbe sempre ammiccare, o comunque tenere in debita considerazione, le “sensazioni contestuali”. E fin qui tutto ok. Volendo è anche materia noiosa, per cui la smetto subito.

Il fatto è che noi siamo umani. E se abbiamo la necessità di trovare addirittura un nome per definire una comunicazione “da umano a umano”, come invece dovrebbe essere per natura, significa che evidentemente non era la prassi, cioè che la comunicazione, di prassi, non avviene da umano a umano, in maniera umana, ma da umano a computer o da computer a umano, in maniera artificiale.

Ma la cosa che più di tutte mi ha fatto pensare, è questa cosa qui dei ritorni. L’uomo pare procedere assolutamente a caso, lasciandosi guidare da nient’altro che dalle mode e dagli istinti. Prima spopola completamente le campagne, tutti a buttarsi in città, poi piano piano inizia a riscoprire il piacere del grano, dei campi, della frutta che sa di frutta, delle galline che girano vestite. E qualcuno molla il lavoro in doppiopetto per aprire un BB, alcuni giovani riscoprono il dialetto, altri tornano al paesello e aprono una impresa agricola, per cercare di recuperare quello che si teme sia compromesso per sempre, fatica secolare dei propri avi.

Perché, dico io? Perché facciamo un passo avanti e uno indietro? Io ci vedo solo molta pena per questo esserino che non sa chi sia, non sa cosa debba fare. Guarda i film, le serie televisive, e si lascia dettare come deve vivere, in cosa deve impegnarsi, non avendo una minima idea di cosa voglia, del senso della propria esistenza.

E così, come è tornata di moda la campagna, è tornato di moda il mangiar sano. E adesso torna di moda la voglia di parlare da uomo a uomo, che per carità, mi sembra una cosa bellissima, ma non potevamo pensarci un attimo prima?

La cosa che mi rincuora, in tutto questo pandemonio di esser frementi – sempre di corsa, mai capaci di sedersi un attimo al tavolo con se stessi a prendersi un caffè in silenzio – dicevo, la cosa che mi rincuora, è che si torna sempre all’inizio.

Si torna sempre indietro, anche perché, per definizione, non si può “tornare avanti”.

Si torna sempre alla natura e all’umanesimo, che è la vera discriminante della nostra specie. O così almeno mi piace sperare.

Alla fine vince sempre lei, la Vita.

Quando anche la mamma è un drago del marketing

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Inequivocabili segnali ci stanno dicendo che il mondo sta cambiando per mai più tornare com’è. Il surriscaldamento, le guerre di religione, ma soprattutto il marketing.

Quando anche le mamme iniziano a darci di call to action, forse la situazione sta sfuggendo di mano.

Ai miei tempi ogni mamma del mondo si metteva sulla porta con i pugni sui fianchi alla Mussolini e si limitava ad urlare “BAMBINI, BASTA GIOCARE! È PRONTO DA MANGIARE”.

Stasera, vi giuro, l’ho sentita io, ha detto “BAMBINI, VENITE A VEDERE COSA VI HO PREPARATO DA MANGIARE!”.

Dai cazzo. Ha vinto tutto.

Prima il bambino veniva chiamato ad interrompere un’attività ludica, cosa già difficilissima da interrompere, per andare a fare qualcosa sotto costrizione imperativa (basta giocare, è pronto da mangiare), adesso invece al bambino viene dato il ruolo di (apparente) protagonista, che (apparentemente) può scegliere se continuare a giocare o meno, con la proposta di andare a vedere (scoprire) che cosa sia stato preparato da mangiare.

Da un bambino vessato e contrito, che subisce l’azione, solo con un lieve cambio di accento diventa apparentemente un bambino-eroe, decisore finale della propria vita e scopritore di chissà quali prelibatezze culinarie, nascoste appena aldilà della porta e del grembiule di mammà.

Una vera Call to Action: se non è una chiamata all’azione questa, cosa mai lo sarà?

E niente, cambiano i tempi, le geografie, le previsioni metereologiche ma le mamme se le inventano tutte per essere sempre le migliori. Anche fini conoscitrici di avanzate tecniche di marketing.

La vita è come una partita di calcetto (quando gli altri non tornano)

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Nel momento in cui scrivo ho 35 anni passati e non so da quanto è che non gioco a calcetto, che è sempre stata una delle attività che mi sono piaciute di più, nella mia finquiesistenza.

Era stupendo giocare a calcetto. Specialmente ho sempre cullato un sogno: poter giocare in attacco almeno una partita di calcetto, prima di morire.

Si fa presto a dire attacco, quando si parla di calcetto, sarà questione di 10 metri a dir tanto. Però è pur sempre attacco, oh.

E invece niente. Magari partivo pure in attacco, ma poi finiva sempre che quei buontemponi che erano in squadra con me, dimenticando i compiti, avanzavano in fase offensiva, e poi non tornavano più, stanchi e ormai lassi.

Allora per senso di responsabilità, per paura di perdere, mica per altro, finiva che dopo 10 minuti dall’inizio, ossia quando tutti erano irrimediabilmente schioppati, io mi stanziavo in difesa.

Per altro sono stato sempre un difensore pessimo. Ho paura della palla, oltre che dell’acqua. Figuriamoci.

Che se fai finta di tirare forte, io col cazzo che me la prendo in faccia, o nella pancia, o nella schiena o peggio nelle palle, io ti faccio tirare, sai a me quanto me ne frega?

Sta di fatto che in 35 anni di esistenza, questa lurida carcassa non ha mai potuto giocare nemmeno una partita di calcetto in attacco. Nemmeno una.

Chissà come sarebbe stato poter stare sempre davanti, senza nemmeno tornare, come facevano tutti i miei compagni di squadra. Anche io avrei voluto tanto, e invece niente, non lo saprò mai.

Ma a loro è sempre andata bene: adesso hanno anche meno di 35 anni, quelli che ho io, e sai quante partite hanno giocato in attacco? Fottendosene dei compiti di copertura e del rischio di perdere?

Tanto, per come la vedevano loro, qualche povero cristo con la paura di perdere e col senso di responsabilità, se loro non fossero mai tornati, sarebbe rimasto dietro no? E infatti quel povero cristo ci restava.

E così funziona anche la vita, come una partita di calcetto.

C’è chi si sbatte perché ha paura di perdere e chi se ne sbatte il cazzo e resta su e l’aspetta.

Ma io, a 35 anni, quasi quasi a sto giro faccio quello che rimane su.

Il sogno di non avere sogni

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Stavo pensando a sta cosa qui, no? Tipo mi sa che su una maglietta (di quelle a cazzo che si comprano al centro commerciale, già belle che studiate e progettate, che risentono di chissà quale moda, di chissà quale tendenza, ma che a te te ne sbatte anche mediamente il cazzo, che tanto più che sudarci dentro non ci devi mica fare) c’ho scritto never stop dreaming (sarebbe meglio c’è scritto, ma siccome la maglietta è la mia, così come il blog, preferisco “c’ho scritto”, ok?).

O una cosa del genere.

Che la gente magari mi vede da lontano, o meglio da vicino, e pensa “toh, un sognatore”.

E invece col cazzo!

Semmai il mio sogno sarebbe quello di non avere sogni. Oh: intendiamoci: i sogni son belli, per carità. Ma, appunto, belli. Finito l’apporto estetico, cessano la loro utilità. Belli da morire, certamente.

Quando siamo piccoli ci spacchiamo di sogni. Ma, appunto, quando siamo piccoli. Poi anche no. I sogni in realtà non mi hanno mica fatto niente, poverini, non mi hanno mica deluso eccetera. Semplicemente mi fanno paurissima.

Ho visto moltissima gente rovinarsi per colpa dei sogni, poverina. I sogni vanno bene finché ti scuotono un po’, come il brivido della pipì. Ma poi basta. Non è che devi sacrificare tutta la tua vita per i tuoi sogni, per me non ha molto senso.

Se il tuo sogno è fare quella tal cosa o diventare quella tal cosa o che ti capiti quella tal cosa, va bene mettersi in moto per farlo, per diventarlo, perché succeda. Ma poi basta. Finire lì. Se deve diventare na malattia no. O meglio: se deve coprire un’altra felicità, più vicina e altrettanto intensa, anche no.

Mi spiego meglio: se il sogno è trovare i funghi e si presume che verranno trovati in abbondanza recandosi in località Salcazzo, e per arrivare in località Salcazzo serve passare a piedi in mille altri posti prima e in questi mille posti si trovano già i funghi, meglio fermarsi lì e riempire il cestino, piuttosto che affrettare il passo per arrivare per forza a Salcazzo prima di sera.

Va bene: i funghi non reggono, non si può parlare di sogni riferendosi ai funghi. Ok: avete ragione. Allora parliamo di fantacalcio, ok? Se è “fanta” è segno che è favoloso, ossia da sogno, per cui va bene, d’accordo?

Ecco: se il sogno è vincere il Fanta e sgominare le agguerritissime bande dei propri amici-nemici, e si pensa che comprando Icardi si vincerà il Fantacalcio, bene provarci, bene provare di comprare Icardi. Ma se si spende troppo per lui, poi dietro tocca avere Nagatomo and company e il fanta lo vince qualcun’altro. Mi seguite?

Il sogno va bene, ma finché è ragionevole. Se spendi troppo per questo, finisce che da sogno diventa incubo.

Il sogno si sogna per essere felici. Ma se per inseguire il proprio sogno si perde tutta la felicità per strada, non ha più motivo di essere sognato, tutto qui.

E se non si capisce, amen: non ho il sogno di essere compreso.

Paolo Villaggio (ognuno è figlio della sua terra)

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Non lo so, ci dev’essere qualcosa in Genova. È abbastanza raro e fa abbastanza specie trovare in una sola città una tale moltitudine di anime inquiete, poetiche, illuminanti.

Molto spesso, molte persone, mi hanno domandato che cosa mi spingesse, e mi spinga, ad andare a Genova, come fosse un pellegrinaggio a La Mecca che ogni anno, anche più volte, mi sento di dover compiere. E io non lo so. Non ho mai saputo rispondere in maniera definitiva.

Poi viene a mancare Paolo Villaggio – che forse meglio di tutti ha saputo condensare quello sguardo torvo, diffidente, dissacrante e fortemente guardingo tipico dei Liguri, di chi è avvezzo dai tempi antichi a sfidare il meteo e le asperità del territorio – e mi viene come più facile rispondere.

Si va a Genova per respirare le genovesità, semplicemente. Che non è dentro ai musei, non è nelle navi da crociera e non è nemmeno nei “belvedere delle torri”. La genovesità la si trova proprio in quello che è quasi sempre criticato, in quel pozzo di piscio e cemento, per usare le parole di un altro grande padre della città.

Da Tenco a Lauzi, da Caproni a De Andrè, da Gino Paoli a Paolo Villaggio, si capisce come venga naturale, percorrendo quelle vie, godendo di quegli scorci, elevare l’anima ad un gradino più sopra.

Forse a Genova si riesce a vederci più chiaro e a prendere la vita come viene, come una tempesta o una giornata di sole, come un giorno ricco di pescato o una crisi di reti vuote.

Ed è questo che sostanzialmente ha fatto il nostro Paolo: ci ha insegnato a ridere delle nostre sfortune e delle nostre miserie, ci ha offerto un modo un poco più divertente di sopportare le nostre quotidiane tribolazioni, giacché siamo qua.

Sarebbe un delitto essere tristi, pensando a lui, preferisco ricordarlo con le sue sferzanti satire, ancora più belle quando messe in musica da De André, il suo “amico fragile”.

La donna maschia e l’uomo femmino

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[Attenzione: questo post può contenere tracce di apologia della xenofobia e del sessismo]

Stasera ho visto sfrecciare una 500 rossa, bella e sportiva, con musica a tutto volume e con dentro 3 ragazze, presumibilmente amiche.

Allora ho pensato che si andranno a divertire. Niente di strano.

E mi è venuta in mente la cosa della donna maschia.

C’è stato un “tempo” (chissà a cosa ci si riferisca, quando si dice gergalmente un tempo), in cui semplicemente non sarebbe avvenuto. Ok: primo lancio di pietre.

Non sono un nostalgico di quei tempi là, io manco c’ero. Dico solo che un tempo non sarebbe avvenuto, per mille ragioni. Autocensura, censura altrui, deprecazione sociale, chiamatele come volete, queste ipotetiche ragioni. Sta di fatto che non sarebbe avvenuto. Giusto? No, per carità di Dio. Ma non sarebbe avvenuto.

E quindi? E quindi per un passo che fa avanti la donna, ce ne sono due che fa indietro l’uomo. Che per bilanciare la cosa diventa femmino.

Adesso la civiltà Occidentale non è altro che un insieme di donne maschie e di uomini femmini, i cui ruoli sono molto ambigui, poco marcati, molto sfumati, creando perlopiù grandi confusioni ma soprattutto stalli.

Proprio così: si creano gli stalli.

Prendendola appena appena più larga, andando a quando siamo più o meno partiti, vediamo che la vita si basa sostanzialmente sulla forza fisica. L’uomo, a cui la natura ha dato più vigore, si occupa di procacciare il cibo per sé e per gli altri componenti del gruppo; la donna accetta la protezione e si occupa di altre attività altrettanto vitali come la raccolta e lo svezzamento della prole.

I compiti, per quanto nessuno li avesse dettati, per quanto non vi fossero università della vita, erano fin troppo chiari, nessuno spazio all’ambiguità, nessun margine per la confusione.

Poi, venendo meno, per fortuna, la necessità della forza, si è potuto aprire un dialogo. Non essendo più strettamente necessario uccidere l’alce, ci si è potuti sedere e parlare. Cosa fai tu? Cosa faccio io? Ed è lì che è iniziato il Gran Casino.

Facendo appena due passi in avanti, arriviamo ad oggi, dove a tutta l’ambiguità accumulata nei secoli, abbiamo sapientemente aggiunto benedette dosi di open mindedismo, di nobiltà d’animo e di bella maniera.

Così siamo arrivati alla situazione di stallo che caratterizza le società cosiddette più evolute, in cui uomo e donna, a fatica, sono distinti da nient’altro che dal mero dimorfismo sessuale, quando presente.

Una figata, no?

Certo, è sicuramente molto bello, molto nobile e soprattutto molto giusto. Ma poco, poco, poco performante.

E chi ci dimostra che tutta questa ambiguità sia poco performante? I musulmani, per esempio. Non serve guardare molto lontano. Ok: secondo lancio di pietre.

Non è una previsione, amici miei. È un’informazione: noi non esisteremo più. E non esisteremo più proprio perché ci siamo evoluti. L’evoluzione deve necessariamente portare all’estinzione, a favore di forme di vita più primordiali, più autentiche, più decise e risolute. Meno civili, come si suol dire, certamente, ma dove non si conosce cosa sia l’ambiguità.

I tassi di sviluppo demografico della nostra società open minded, rapportati ai tassi di sviluppo delle società “poco open minded”, per essere gentili, fanno impallidire.

È colpa della crisi? Non mi pare che loro navighino nell’oro. Di cosa è colpa, allora, ammesso e non concesso che estinguersi sia una reale colpa. Il fatto è che non abbiamo idea di chi siamo, di cosa dobbiamo fare: abbiamo aperto così tanto la nostra mente, che ci sono scappate fuori tutte le idee.

E chi invece se la tiene ben chiusa, non si mette di certo a scrivere su un blog dei post come questo.

Lo sgrassatore ha dei problemi con il tempo

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Lo so che le vostre vite sono già molto dense e pregne di significato, per pensare anche a delle questioncine di second’ordine, però un pensiero agli sgrassatori glielo si potrebbe pure concedere, no?

Molto spesso, lo ammetto, li avevo frettolosamente etichettati come truffe o affini. Tanto che iniziavo a dubitare del mondo degli sgrassatori.

Invece stasera, complice una commissioncina che ho dovuto incastrare, ho dovuto lasciare un attimo lì lo sgrassatore, dopo averlo ormai spruzzato. Un attimo che poi è diventato due attimi. E così via.

Il fatto è che molte volte abbiamo delle idee e le proviamo. O iniziamo a seguire una persona, o delle persone, e poi molliamo. È tutto come per lo sgrassatore. Se non ci crediamo abbastanza, se siamo sfiduciati, se temiamo che tutto il mondo degli sgrassatori non sia altro che una colossale truffa, poi per forza che le cose vanno male. Ma non è colpa degli sgrassatori, l’ho scoperto stasera. È colpa nostra.

Non lasciamo che lo sgrassatore si prenda il suo tempo. Non lasciamo che le idee attecchiscano, che le persone operino beneficamente.

E così passa inesorabile la spugna sullo sgrassatore e i nostri buoni propositi.

Invece no, fidatevi: date il tempo allo sgrassatore e la vostra vita, che è già densa e pregna di significato, migliorerà irrimediabilmente, quasi scintillerà.

La vita è quell’acquetta lì che rimane alla fine

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Su quanto siano importanti i sogni s’è detto tanto. Possiamo anche dire che si sia detto troppo?

C’è chi ci definisce della stessa sostanza dei sogni.

I sogni fanno bene, sono la benzina, sono l’orizzonte verso cui camminare:

L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai.

A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a farci continuare a camminare.
– Eduardo Galeano –

E fin qui va tutto bene, ci mancherebbe. Bello, bellissimo.

Però, signori miei, bisogna anche dire le cose come stanno. I film, i libri, la musica, i disegni sono una cosa che arricchisce la vita, ma purtroppo non sono la vita.

Avete presente un cocktail? Metteteci del gin buono o del rhum o quello che volete voi. Ma poi c’è anche il ghiaccio. Al primo golone sembra una cosa buona che mai. Ma se ci si attarda un attimo, mica nemmeno molto, eh, giusto un attimo solo, il ghiaccio si prende tutto.

Si mescola, si fonde, alla fine ci resta una specie di brodaglia sporca, del ghiaccio fuso, sporco, che ha annacquato tutto.

E allora che si fa, non si bevono più cocktail? Col cazzo. Si bevono, ma con consapevolezza.

Proprio così: si vive, ma con consapevolezza. Non è un pensiero triste, smettetela di essere infantili. Non è per niente un pensiero triste, è solo un pensiero maturo.

La vita semmai è una cosa che si fa nelle mezz’ore. Ci dedichiamo a questi grandi sogni verso cui tendere, questi nobili ideali che ci infiammano le corde vocali, come passatempo. Ma il resto è tenere botta.

Il resto è attardarsi.

Perché è tutto una credenza che si sbuccia, un tubo che si rompe, un documento da inviare, un documento da ricevere, un documento da firmare. È tutto un doversi ricordare, tutto un doversi segnare, tutto un doversi ricordare di ricordare.

Tutto un far fronte, una manutenzione (o una una manattenzione: un’attenzione manuale).

Allora di cosa stiamo parlando?

Gli scrittori, gli sceneggiatori, i musicisti, i disegnatori, ci hanno fatto gli imperi, con i nostri poveri sogni bucati. Si sono presi gioco di noi, proprio come i baristi col ghiaccio. Lo sapete, no, che i baristi sono come gli esquimesi, che si fanno la casa col ghiaccio, o no?

E allora di cosa stiamo parlando?

Non siate infantili: non è un pensiero triste ma consapevole.

La prima mossa davvero furba, la prima cosa da fare per non passare da coglioni è saperlo. Sapere che la vita è tutto un via vai di idraulici e imbianchini, tutto un via vai di pronti soccorsi e dentista, tutto un resistere alle ruote bucate, alle sportierate, ai nostri simili che molto spesso non sono proprio simili per un cazzo.

Ci si attarda rispetto ai nostri sogni, non c’è niente da fare, non siamo cattivi, non abbiamo perso, era così dall’inizio, amici miei.

Ve la siete presa un attimo comoda, che poi comoda è un parolone, viste le fritture di marroni che non ci abbandonano mai, e il ghiaccio ha preso tutto.

Alla fine rimane quella roba lì, che non fa nemmeno schifo, ma che ci vuole un bel coraggio a chiamarlo cocktail.

Allora correggiamo Galeano con Hamsun, valà:

Ero seduto là sulla panchina e pensavo a tutto ciò e diventavo sempre più duro verso Dio per le sue costanti angherie. Se credeva di attirarmi a sé più vicino e di rendermi migliore col farmi soffrire e mettendo ostacoli su ostacoli sulla mia via si sbagliava un pochino, poteva esserne sicuro.

– Knut Hamsun –

[basterebbe solo questo per capire quanto sia migliore e più avveduto il popolo scandinavo e quanto troppo sole rischi di confondere le idee]

Era da un bel pezzo che volevo scrivere un bel pezzo e forse adesso ci sono riuscito.

Il Barbiere della Marecchiese

Io lo chiamo Luciano, anche se non lo so come si chiama. Ha la faccia di uno che si potrebbe chiamare Luciano, tipo.

Ed è una faccia che è bello vedere la mattina, quando hai bisogno di vedere qualcosa di bello. Luciano infatti sorride sempre, ma non è come quel sorride sempre che si dice di tante persone.

Quelli di Luciano non sono sorrisi di circostanza, è proprio il suo modo di stare al mondo.

Luciano fa il barbiere perché vedo che entra nel suo negozio di barbiere. Ma io non ci sono mai andato. Non so se Luciano sia o meno bravo nel fare il barbiere, ma lui comunque mi sorride sempre, che sia bravo o no e sono ormai 5-6 anni che mi dice buongiorno in quel modo che soltanto lui ha.

Lo incrocio in bicicletta, lui a piedi, che scende per la via e ancora da lontano inizia a sorridere. Magari, come tutti, avrà avuto le sue storie brutte, le sue faccende per le quali contrirsi e tuttora certamente avrà i suoi bei motivi, in primo luogo l’età, visto che Luciano ha lasciato il meglio alle spalle, come si suol dire.

Ma lui sorride e in inverno è buffo sotto al colbacco peloso. Di Luciano non so niente, non c’ho mai parlato, né, credo, mai ci parlerò. Ma lui sorride in quel modo che solo lui ha, allargando il sorriso ad un abbraccio alla vita, infondendo serenità anche nei giorni di nebbia.

Se si può voler bene ad uno sconosciuto che nemmeno sai come si chiama, io a Luciano voglio bene. E delle volte mi metto lì e mi immagino che vita potrà mai aver avuto.

Tipo che magari da giovane avrebbe desiderato fare tutt’altro mestiere, tutt’altra esistenza, vivere in tutt’altra città. O che ha dovuto superare non so bene quali lutti o che ha registrato non so quali fortune o gioie. Non so se sia sposato, se abbia figli, se abbia qualcuno che cucini per lui, so soltanto che ha le api.

Un giorno in fila alla Coop parlava con la cassiera e diceva che quest’anno avrebbe avuto meno miele poiché le api si erano ammalate, poverine. La cassiera ha detto che è una cosa brutta e Luciano ha detto che è vero.

Con Luciano ci siamo scambiati alcune centinaia di buongiorno sinceri, da quando sono a Rimini, e sono contento che esista. Ogni tanto ci penso, anche se non so niente di lui, nemmeno se si chiami Luciano, tanto per cominciare.