Se non mi lasci non vale

È vero che era il ‘74 (Settantaquattro/00) quando Dori Ghezzi e Wess cantavano che non si sarebbero lasciati mai, però come sono cambiate le cose, in così pochi anni!

Adesso pare che ci si debba lasciare PER FORZA. È proprio un paradigma, quello del lasciarsi.

Che uno va lì dal proprio fornitore di telefonia mobile e più o meno gli dice. Scusi buonuomo, ma perché i miei colleghi mi perculano, che loro pagano pochissimo per avere moltissimo, e io invece che sono vostro cliente, pago da sempre moltissimo per avere pochissimo?

Eh perché loro sono NUOVI.

Nuovi.

Capito?

Il fatto è che loro sono nuovi e te dunque sei vecchio.

Un tempo si sarebbe detto Fidelizzato, mentre adesso invece si dice semplicemente “non nuovo” oppure “vecchio”. Se sei un vecchio cliente, e sei con loro da quando davano in tele Pippi Calzelunghe (sigh!), significa, a occhio, che ti fotti.

Proprio così: si leva la vocina da dietro che dice la nostra clientela è gentilmente pregata di fottersi.

Però, oh: va detto. Bravi, son bravi! Ti dicono come devi fare. Ti fanno consulenza. Ti dicono di tradirli, di andare con un altro, così dopo un po’ che te lo farai mettere dall’altro, poi tornerai e sarai diventato come nuovo.

Sì sì, è così. Ti fai usare un po’ dagli altri, così diventi nuovo. A me parrebbe un controsenso, ma viviamo la modernità, i controsensi non hanno più ragion d’essere.

E così niente, da lunedì mi si attiva il contratto con quegli altri là, che ai loro clienti – a quelli che da anni li stanno ingrassando – gli danno dei gran calcioni tra le costole, ma a me, che poverino sono NUOVO, ancora un po’ e mi fanno i … con il culo.

E non fatemi essere volgare, ché non ne ho mica molta voglia.

Però eccheccazzo, no? Un ecchecazzino lo possiamo dire?

Riassumendo il discorso è questo: se sei fedele rompi il cazzo e sei fesso; per essere preso in considerazione devi essere nuovo.

Che poi non ci vuole mica il mago Forrest per estenderla un attimo, allargare lo sguardo e capire come questo strano senso cosmico non sia nient’altro che la vita che stiamo vivendo (e alimentando).

Il nuovo affascina, evviva il nuovo.

Dimenticando che anche il vecchio, prima di essere vecchio, era stato nuovo.

Vola il tempo lo sai che vola e va.
Forse non ce ne accorgiamo,
ma più ancora del tempo, che non ha età,
siamo noi che ce ne andiamo

– F. De André –

 

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Sul matrimonio combinato (e il Medioevo illuminato)

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Questa mattina stavo pensando che in qualche modo ho incoraggiato l’unione di ben due coppie. Ovviamente poi c’hanno messo e ci stanno mettendo il loro e le cose pare stiano funzionando.

Due su due mi pare una meravigliosa statistica, se si considera che viviamo nel tempo in cui i matrimoni, e più in generale le unioni, hanno vita da farfalla e non si è mai registrato un COSÌ ALTO TASSO DI SEPARAZIONI e via discorrendo.

Allora, non so come mai, mi è venuto di pensare a quel tempo, diversi secoli fa, in cui la prassi era quella di “combinare” i matrimoni, molto spesso per ragioni di casate e lignaggio, ma non necessariamente.

Oggi, a ripensare “ai secoli bui” del Medioevo, ci viene quantomeno da tirare un sospiro di sollievo. Già: proprio vero che non dev’essere stato nient’affatto bello vivere in un tempo in cui potevi essere additato di essere uno stregone o una strega, perseguitato, bruciato vivo per un semplice sentore, senza avvocato difensore, parcelle e compagnia cantante.

Però sta cosa dei matrimoni combinati, secondo me, meriterebbe un discorso a sé: ho il sospetto che in realtà fosse molto MENO TETRA E SPETTRALE DI QUANTO PENSIAMO OGGI, giudicandola col NOSTRO sistema di vivere il nostro tempo, col nostro bagaglio culturale.

C’era qualcuno che decideva chi avrebbe sposato qualcun altro. Stop. E si cercava di attenersi. Ovviamente non credo che ci fosse molto spazio per la passionalità, l’affinità elettiva e tutte quelle belle robine lì, però credo che ci fossero anche alcuni VANTAGGI che oggi per esempio non ci sono.

Anzitutto credo occorra sgombrare il campo da un presupposto falso: non sono nient’affatto persuaso che gli sposi realmente vivessero il matrimonio forzato come una forzatura, per l’appunto. In fondo era così da secoli, era la normalità, nessuno avrebbe mai potuto pensare di sposare a bell’agio la persona di cui si era in qualche modo invaghito, salvo poderosi colpi di culo.

Per il resto, se qualcuno sceglie per te, superata l’inziale fase di smaronamento, da lì in poi è una semi figata: non devi fare altro che cercare di fare del tuo meglio, di rendere la cosa il più sopportabile possibile. La cosa veramente goduriosa è che in nessun caso puoi SENTIRTI RESPONSABILE DELLA TUA INFELICITÀ, dacché sono stati altri ad obbligarti a quella situazione.

E il non sentirsi responsabili della propria infelicità, secondo me, è veramente una figata pazzesca.

Prendiamo oggi. Oggi, teoricamente, possiamo tutto. Ci conosciamo, ci valutiamo, ci testiamo, ci scegliamo, per un po’ ci confermiamo e poi magari no, chi lo sa.

SIAMO LIBERI.

Ma parafrasando Guccini potremmo anche dire che la “libertà può portare male, se non si conosce bene come domarla” (lui diceva “fantasia”, ma mi si passi la licenza poetica, suvvia!).

Siamo liberi, nessuno ci forza e che cosa otteniamo? Otteniamo il più alto tasso di separazioni e malumori.

Dunque il Medioevo era un periodo buio, coi matrimoni forzati, mentre oggi siamo liberi e illuminati, giusto?

Io credo che il matrimonio combinato, svestendo i due protagonisti dalle responsabilità della scelta, li AIUTASSE, in qualche modo. Da quel momento in avanti anzitutto non si sarebbero odiati, visto che non era colpa loro ma che li avevano “messi insieme” altre persone; avrebbero probabilmente finito con il cooperare, per cercare di arrecarsi il meno fastidio possibile e in qualche modo forse l’avrebbero sfangata, se non altro perché dopo un po’ che ci si frequenta, dovrebbe pure insorgere un minimo di empatia e di vicinanza affettiva.

Invece adesso potendo disporre bellamente di se stessi e degli altri, si finisce con l’approcciarsi al matrimonio (e alle unioni, più in generale) come il Giacomino di Tre uomini e una gamba:

ritenendo di poter cambiare sempre e comunque, prendendola alla leggera e sentendosi troppo deboli di fronte alle mille insidie a cui la coppia ogni giorno è esposta.

La libertà di scegliersi è anche la libertà di scegliere di allontanarsi ed è per questo che non sono per niente persuaso che la forma medievale fosse poi tanto peggiore, tanto più arretrata.

La presunta libertà degli squali

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Si fa abbastanza presto a dire libertà. Così come si fa presto a credere di non averla. Ancora più presto a pensare che altri ce l’abbiano.

Per esempio uno squalo.

Chi meglio di uno squalo può dirsi libero? Prendiamo per esempio uno dei più temibili predatori degli oceani: lo squalo bianco. O se non lo vogliamo prendere bianco per timore di razzismo, prendiamolo pure tigre, ok.
Prendiamo uno squalo di quelli che se ne stanno tutto il giorno (e tutta la notte) a sondare gli abissi in cerca di prede, per mettere qualcosa tra gli acuminati denti di cui dispongono e che si dice ricrescano incessantemente, beati loro.

Lo squalo per esempio non mette la sveglia, non ha l’orologio. Non prende smoking in affitto, non fa tagliandi all’auto né porta i figli a scuola. Lo squalo, si capisce, è libero e vive liberamente nel proprio ambiente naturale.

Mica come noi che ci diciamo vessati, censurati, tassati, oppressi e che conduciamo esistenze nient’affatto invidiabili.

Gli squali sì che sono liberi.

Però poi mi basta un attimo e se mi calo nei panni dello squalo, poverino, non mi pare mica tanto una figata neanche la sua.

Mi sono immaginato squalo. Mi sono visto lì a stare tutto il giorno nell’acqua fredda e meno male che ho una pelle che sembra una muta, ok, ma è pur sempre acqua fredda.

E non ci vedo un tubazzo e a volte mi pare sia un tonno e poi va a capire cosa sia. E anche quando sono dei tonni e cerco in qualche modo di avvicinarmi, magari quando è il momento buono, zac! Arriva Rio Mare e me li prende tutti lui per metterli in scatolette con un po’ di olio d’oliva della peggior specie e sfamare gli umani, quelli vessati e stressati che si radunano nelle corsie dei supermarket per comprare ste scatolette di tonni che magari me le dessero a me.

E chissà come dormirei, se fossi uno squalo. Magari con un occhio aperto e uno chiuso, che se mi distraggo un attimo, chissà dove vado a finire e magari sbatto dentro a una balena che mi dà una codata che me la ricordo per un pezzo. Mica come gli umani, che vanno a letto e dormono sotto al piumone e possono stare fermi, che almeno nel letto non ci sono le correnti.

E tutti che mi odiano. Dicono che sono uno squalo e che sono cattivo. Ci fanno anche i film per prendermi in giro, ci mettono le musichette che fanno ta-ta-ta ta-ta-ta quando mi avvicino all’impavido surfista per darci una mozzicata al gallone, che cosa so io che è un surfista?

Tutti mi odiano perché sono in cima alla mia piramide alimentare, perché ho i denti aguzzi e sento il sangue a km di distanza, ma io cosa ci posso fare se sono nato squalo? Voglio vivere né più né meno come vuole vivere il delfino, che invece sta simpatico a tutti e ci fanno i film teneri che porta in groppa i bambini e fa così col musino e tutti ridono e dicono “poverino” e gli danno i pesciolini a forma di caramelle e le caramelle a forma di pesciolini e gli dicono delfino goloso.

Ma poverino un cazzo, il delfino! Poverino lo squalo, che tutti pensano sia libero e invece deve stare h24 a sondare gli abissi e ha un sonno della madonna e deve essere cattivo per natura e mangia sempre più o meno le stesse cose, mica può andare al ristorante, o prenotare delle sfizierie da bacchette & forchette.

Bisognerebbe avere un po’ più di rispetto per la libertà degli altri, altroché.

Specialmente quando non ce l’hanno.

È nato prima il tonno o la cipolla?

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Tonno e cipolla. Non c’è nessun espediente letterario dietro al titolo che leggi qui sopra. Questo prezioso contributo parlerà nient’altro che di tonno e di cipolla. O meglio: della loro unione.

Dunque se non sei un fervido amante delle migliori tradizioni culinarie, ti chiedo la cortesia di passare oltre.

Altrimenti rispondi a questa semplice domanda: secondo te è nato prima il tonno o la cipolla?

Detta così, sembra quasi una domanda sciocca, no? Quasi irriverente, perché no? Eppure forse, ma molto forse, è più profonda di quanto si creda.

Come possono due elementi, appartenenti a due regni naturali così tanto diversi, quasi opposti, come l’Oceano e Mamma Terra, produrre un’accoppiata tanto perfetta, che in compenso Vialli e Mancini e Cochi e Renato erano dei pivelli alle prime armi?

Come seconda cosa vorrei chiederti se secondo te, volendo (ma poi, perché volerlo?) scindere il tonno dalla cipolla, quale dei due elementi potrebbe proseguire anche la carriera da solista e quale invece perderebbe di più, dall’assenza dell’altro.

Per me solo la cipolla potrebbe continuare un’esistenza autonoma, sebbene fortemente compromessa.

Mi spiego meglio. Il tonno senza cipolla ha perso qualsiasi pretesa di serietà, mentre la cipolla, sia pure compromessa, senza tonno mantiene comunque una sua (pretenziosa?) autonomia.

[È ovvio (confermarlo mi pareva offensivo nei confronti della tua intelligenza) che sto parlando del tonno all’olio di oliva, non di tutte le altre stranger things e porcherie analoghe pseudo salutiste-vegane-km0, che diomio non farmi parlare]

Per altro IL TONNO E LA CIPOLLA costituiscono anche una réclame se vogliamo edificante per il popolo bue.

Vanno bene almeno per questi 2 motivi nazionalpopolari:

  • Sono straordinariamente buoni
    Nessuno lo sa spiegare, ma quando la tonnosità del tonno incontra la cipollosità della cipolla, si sprigiona un’accelerazione sensoriale che non incontra limiti di velocità, nell’autostrada del gusto
  • Sono meravigliosi esponenti dell’arte povera
    Dimostrando che non servono necessariamente stipendi a 4 zeri per mangiare le migliori cose del Globo Terracqueo, inneggiando all’arte povera e con questa a tutti i poveri con le pezze al culo che mantengono al sicuro i culi dei ricchi, impomatati con la Pasta di Fissan

Per cui niente, la vita rimane comunque una cosa grama, non è che voglia ergermi a paladino vitale, ci mancherebbe. Però se ogni tanto con quei quattro denari che ti ritrovi in saccoccia ti compri del tonno da discount, rigorosamente in olio di oliva, e lo accompagni A CASO a della cipolla tritata, beh, amico mio.

Beh.

E non aggiungo altro, valà.

Questa sera ho cenato con Giacomino

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Ero lì che brandellizzavo le povere melanzane – che di lì a poco avrebbero costituito la base di un succulentissimo condimento per pastasciutta – quando ho pensato che sono un meschinello.

E fin qui, niente di nuovo.

Poi, va a capire perché, m’è venuto in mente che ce ne saranno molti altri, di meschinelli come me. Allora lì per lì mi son detto tipo che mal comune mezzo gaudio, ma poi mi sono subito sgridato, perché quella cosa del mal comune e del mezzo gaudio, secondo me, l’hanno inventata i pochi, per dire ai molti di stare buoni e cari, a cuccia, che intanto loro se la godono.

Comunque.

Comunque poi ho capito che delle volte invece è vera la cosa del mal comune e del mezzo gaudio ed è lì che è venuto a trovarmi Giacomino.

Quasi mai, ma alcune volte siamo invece profondamente accomunati tra noi. E non solo tra noi, ma addirittura anche con tutti gli altri esseri viventi. Per esempio nel nostro comune rapporto con la natura, intesa come nostra madre, o matrigna che dir si voglia.

Tutti noi saremo chiamati, chi prima chi dopo, a vivere momenti di profondo scoramento, di somma perdizione. Tutti noi, nessuno escluso (nemmeno gli oligarchi), dovremo trovare le forze quando non sapremo nemmeno di averle.

A tutti, prima o poi, capita per esempio il destino di diventare orfano. La morte fa parte della vita, dunque siamo destinati ad essere abbandonati, prima o poi. Siamo destinati a perdere dei riferimenti, a cavarcela da soli, a raddrizzare la mira.

Ed è lì che vale Giacomino.

Sì, perché nonostante sia conosciuto dai più come il cantore del più cupo pessimismo, nonostante sia considerato una specie di Quasimodo sfortunatissimo, che ha potuto pensare quel che ha pensato solo grazie ad una serie inimmaginabile di storpiature, Leopardi in realtà ci ha lasciato (per chi riesce a rendersene conto) un messaggio di una DIROMPENTE FORZA SOCIALE.

Il testamento di Leopardi è tutto tranne che pessimista. È una specie di ginseng intellettuale, un energizzante del pensiero.

Giacomino ci dice che ci saranno mille e poi mill’altre difficoltà, che tutti, nessuno escluso, siamo destinati a soffrire, ma che, proprio per questo, dobbiamo assolutamente fare un’umana catena: possiamo consorziarci, farci vicendevolmente forza, prestarci mutuo soccorso.

Già nel Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827, ci spacca il cuore con parole che non possono lasciarci indifferenti e che, una volta per tutte, spero possano restituire un’idea più giusta di lui:

[…] attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora  […]

Pessimista cosmico, eh?

Questo tema verrà poi ripreso pressoché in punto di morte, nella Ginestra del ’36.

Nella sua breve vita, (muore a Napoli nel 1837, 15 giorni prima di compiere 39 anni), dunque – contrariamente a quanto si carpisce dalla più semplice vulgata studiata a scuola – io ci vedo piuttosto un messaggio rivoluzionario e dirompente: siamo veramente tutti sulla stessa barca, bestie e uomini, e fare VERAMENTE del mal comune un mezzo gaudio è la sola difesa che abbiamo, la sola strada che abbia un senso percorrere.

Dove si firma per 12 mesi d’autunno?

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“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”

– Italo Calvino, Le Città invisibili

 

Riconoscere cosa, in mezzo all’inferno, non sia inferno. E farlo durare, e dargli spazio.

Questa è un po’ la meravigliosa ricetta, come un lascito testamentario, del grande Calvino, ma soprattutto questo era un po’ il mio proposito di ieri, quando alzatomi con tutta calma, mi sono diretto verso i miei boschi, i sentieri di sempre. Sapevo che avrei trovato qualcosa che in mezzo all’inferno, non è inferno. Volevo dargli un po’ di spazio e farlo durare.

Quando si incontra la bellezza e la pace dell’animo, per un attimo, ingenuamente, vien da pensare che la vita tutto sommato sia una figata e che rimanga un grande privilegio, quello di poterla vivere. In realtà credo che sensazioni simili siano un grande ostacolo alla futura serenità perché è solo con la consapevolezza che possiamo non dico salvarci, ma quantomeno difenderci un po’.

Solo sapendo che la vita non è nient’affatto una figata, possiamo apprezzare ancora meglio quelle poche ore di quiete, quei pochi momenti di magia, quegli istanti di incanto, che talvolta, per fortuna, abbiamo modo di provare.

Eccone uno, per esempio:

All’autunno piace vincere facile! Ha una tavolozza di colori, da cui attingere, che non trova confronti con le altre stagioni.

E noi non possiamo fare altro che goderne, in religioso silenzio, proprio come di fronte alle migliori opere dei migliori autori.

Ma non si tratta soltanto della bellezza degli occhi, che si vive in contesti simili. È proprio una bellezza ben maggiore, che affonda “radici” profonde (per restare al linguaggio delle piante).

Si conforta un’idea, in quelle situazioni, con quegli stati d’animo: che conservando la natura, conserveremo noi stessi, che salvando la natura, salveremo noi stessi.

Passiamo numerosi anni della nostra esistenza chini sui libri, calibrando complicate equazioni algebriche, studiando la composizione dei materiali, facendo ricerca e sviluppo sulle comunicazioni dei bit, progettando tutti i futuri mondi possibili … quando la perfezione, in realtà, è sempre stata lì, tutta attorno a noi.

La natura dev’essere proprio l’unica via:

E allora niente, lo sappiamo anche noi che non si può fermare l’autunno, purtroppo, e farlo durare per sempre. Così come non si possono fermare le altre persone, e tenerle lì per noi per sempre. Non si può fermare proprio un bel cazzo di niente, purtroppo.

Non si può fare quasi niente e viene una paura boia. Ma possiamo ogni tanto riconoscere, in mezzo all’inferno, cosa non sia inferno. E dargli spazio, per farlo durare appena un pochino di più.

YCT, codice d’avviamento spaziale

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Oh, non lo so com’è! Non è che uno possa sapere tutto. Cioè, ero lì che vivevo e bona. Poi mi è venuto in mente, tipo, che avrei dovuto spiegare cosa sia la vita – cosa sia questa faccenda – ad un alieno.

Cioè, mettiti lì che c’è un alieno, tipo, e ti fa ma alla fin fine, sta roba della vita, che cos’è? E hai voglia te a parlare delle zucchine o dei cachi o delle patatine fritte, cosa vuoi che ne sappia lui, che magari vive di protoni o azoto o salcazzo di cosa vivano gli alieni.

Allora tocca che gli motivi il perché tutti sti umani siano riusciti almeno finora a restare vivi, con parole che tutto sommato possa comprendere.

E siccome gli alieni sono indaffaratissimi nei loro problemi spaziali, non hanno tutto sto tempo di ascoltare le tue mozze. E dunque sto alieno, nella fattispecie, ti chiede di spiegargli la vita alla buona. Di farla facile.

Tipo “in 3 parole”.

Dici presto te 3 parole. Ma 3 parole per una vita? È un po’ dura, altro che microcopy.

Allora niente, ho pensato a ste 3 parole per far capire cosa sia la vita ad un alieno, tipo.

E un po’ perché è alieno e dunque mi serve una lingua internazionale; un po’ perché l’inglese asciuga; mi sono venute 3 parole, appunto, in inglese.

Forse si poteva addirittura fare con 2, ma poi c’ho pensato e mi sono reso conto che avrei espresso tutt’altro concetto, per altro assolutamente sbagliato, secondo me. Chissà che cosa avrebbe capito l’alieno, a quel punto.

Infatti la vita, che per me alla carlona si può riassumere nel concetto italiano di “opportunità”, mi avrebbe lì per lì suggerito la frase inglese “You can”. Ma non è proprio vero per un cazzo, che you can, in generale.

Allora l’ho un attimino rivista e sono giunto per fortuna alle tre famose parole di cui sopra, la richiesta alienante.

E queste 3 parole sono, per l’appunto, “You Can Try”, d’ora in avanti espressa con YCT.

Esatto: non è vero che puoi, insindacabilmente, ma quantomeno puoi provare, puoi tentare.

E credo che in questa sfumatura passi tutta la differenza del mondo, perlomeno quello terrestre. Dire ad uno che può, significa ingannarlo, lusingarlo, illuderlo e fondamentalmente mentirgli. Non può proprio per un cazzo.

Ma può provare, ed è qui che la vita diventa una miracolosa, o addirittura meravigliosa, opportunità.

La vita è una chance, che se non avessi vissuto, non avresti avuto.

Poi vedi te.

Non è che alla fine vengano lì a darti i punti. Non è che Stefano è bravo e tu sei un coglione. Semplicemente nei limiti della nostra libertà – continente più, continente meno – abbiamo la facoltà di provare alcune cose, se vogliamo.

Certe cose, molte, sono costrizioni, molte altre sono necessità. Ma alcune, per fortuna, restano ancora scelte.

E sono queste scelte che io vorrei comunicare all’alieno, per aiutarlo a capirci appena appena meglio.

YCT, codice d’avviamento spaziale.

Come quando un anziano mangia il gelato

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Stavo sentendo una canzone, una canzone bella, per altro. Una canzone che dice 18 anni sono pochi per conoscere il futuro.

E niente.

Poi sono uscito e ho visto due presumibilmente 30enni, presumibilmente morosi, che camminavano insieme (verso chissà dove) e lui le diceva che quel tale è il capo del reparto … (non ho fatto in tempo a sentire).

Allora ho pensato che ogni stagione ha le sue. A 18 anni pensi all’esame di quinta, alle ragazze, ai calciatori. E speri di cavartela, in qualche modo. La gente ti dà anche credito, per carità. Ti ammazzano ma piano, per il fatto che sei giovane, hai 18 anni dopotutto.

Poi arriva il momento della patente, le prime uscite, i genitori che si preoccupano, il ghiaccio sulla strada. Piano piano si passa dal “ha solo 18 anni” a “ha già 18 anni”.

L’anagrafica, dopo tutto, conta. Comporta skills, li chiamano così gli inglesi. L’anagrafica dovrebbe comportare anche tutto un portato di maturità, di miglioramenti, di sapersela cavare, che gli altri mica ci possono essere sempre.

Il fatto, amici miei, è che l’anagrafica è un dato che molto spesso è completamente distaccato da tutto il resto. L’anagrafica ha a che fare coi numeri. Se hai 1982 sul foglio, allora sono 35, e così via.

Ma tu magari sei ancora uguale, o ti senti tale. Semplicemente dalla patente, come diceva quel ragazzo lì che camminava chissà dove con quella ragazza lì, sei passato adesso a preoccuparti del tale che è capo del reparto salcazzo.

Cioè noi restiamo molto spesso immutati, quello che cambia è quello che dovremmo rappresentare, alla luce della nostra anagrafica.

E se 18 anni sono pochi, come urla qui sotto Venditti, implorando un minimo di comprensione e tolleranza, a 40 anni e 60 anni le cose cambieranno e molti di quelli che ti davano credito non ci saranno nemmeno più.

Ma siamo sempre noi, per dio. Siamo sempre umani. Sono cambiate solo le preoccupazioni e gli acciacchi. Il numero di capelli e di denti, ma siamo noi, per dio. Siamo quei 18enni qualche anno dopo. O no?

Sono pochi anche 65 anni, altroché, mica solo 18.

Allora io penso agli anziani e mi commuovo. Io penso agli anziani quando mangiano il gelato.

Non c’è niente di così bello, nel mondo che conosco, come vedere un anziano che mangia il gelato.

Fateci caso.

Il gelato piace a tutti, grandi e piccini, maschi e femmine. Il gelato è democratico. Ma nessuno lo mangia con tale entusiasmo innocente come l’anziano.

Se vedi un anziano che mangia il gelato, non faticherai a trovarci entusiasmo, ma soprattutto vedrai gli occhi del bambino. Gli pare di farla grossa, a lui, a mangiare il gelato, che è cosa da bambini.

Magari ha anche il diabete, va a capire.

E invece mangia il gelato e gli pare di tornare a vivere, in quel momento. Io aprirei una gelateria solo per poter vedere un po’ di anziani mangiare il gelato, che è una delle cose più belle che si possono vedere, in vita.

Quando penso ai miei nonni, che non ci sono più, per esempio, nella mia mente non li vedo mai che soffrono – e hanno sofferto moltissimo.

Io li vedo che mangiano il gelato.

L’Umanesimo è tornato, come tornano tutte le cose più belle

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Oggi pensavo a questa cosa dello human to human, no? Avete presente? Nei modelli di marketing, finalmente, sta prendendo sempre più piede una forma di comunicazione da umano a umano, chiamata anche H2H, che sostituisce quella imperante fino a pochi anni fa, la mitica B2B (business to business).

Il succo è che il business dovrebbe sempre ammiccare, o comunque tenere in debita considerazione, le “sensazioni contestuali”. E fin qui tutto ok. Volendo è anche materia noiosa, per cui la smetto subito.

Il fatto è che noi siamo umani. E se abbiamo la necessità di trovare addirittura un nome per definire una comunicazione “da umano a umano”, come invece dovrebbe essere per natura, significa che evidentemente non era la prassi, cioè che la comunicazione, di prassi, non avviene da umano a umano, in maniera umana, ma da umano a computer o da computer a umano, in maniera artificiale.

Ma la cosa che più di tutte mi ha fatto pensare, è questa cosa qui dei ritorni. L’uomo pare procedere assolutamente a caso, lasciandosi guidare da nient’altro che dalle mode e dagli istinti. Prima spopola completamente le campagne, tutti a buttarsi in città, poi piano piano inizia a riscoprire il piacere del grano, dei campi, della frutta che sa di frutta, delle galline che girano vestite. E qualcuno molla il lavoro in doppiopetto per aprire un BB, alcuni giovani riscoprono il dialetto, altri tornano al paesello e aprono una impresa agricola, per cercare di recuperare quello che si teme sia compromesso per sempre, fatica secolare dei propri avi.

Perché, dico io? Perché facciamo un passo avanti e uno indietro? Io ci vedo solo molta pena per questo esserino che non sa chi sia, non sa cosa debba fare. Guarda i film, le serie televisive, e si lascia dettare come deve vivere, in cosa deve impegnarsi, non avendo una minima idea di cosa voglia, del senso della propria esistenza.

E così, come è tornata di moda la campagna, è tornato di moda il mangiar sano. E adesso torna di moda la voglia di parlare da uomo a uomo, che per carità, mi sembra una cosa bellissima, ma non potevamo pensarci un attimo prima?

La cosa che mi rincuora, in tutto questo pandemonio di esser frementi – sempre di corsa, mai capaci di sedersi un attimo al tavolo con se stessi a prendersi un caffè in silenzio – dicevo, la cosa che mi rincuora, è che si torna sempre all’inizio.

Si torna sempre indietro, anche perché, per definizione, non si può “tornare avanti”.

Si torna sempre alla natura e all’umanesimo, che è la vera discriminante della nostra specie. O così almeno mi piace sperare.

Alla fine vince sempre lei, la Vita.

Quando anche la mamma è un drago del marketing

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Inequivocabili segnali ci stanno dicendo che il mondo sta cambiando per mai più tornare com’è. Il surriscaldamento, le guerre di religione, ma soprattutto il marketing.

Quando anche le mamme iniziano a darci di call to action, forse la situazione sta sfuggendo di mano.

Ai miei tempi ogni mamma del mondo si metteva sulla porta con i pugni sui fianchi alla Mussolini e si limitava ad urlare “BAMBINI, BASTA GIOCARE! È PRONTO DA MANGIARE”.

Stasera, vi giuro, l’ho sentita io, ha detto “BAMBINI, VENITE A VEDERE COSA VI HO PREPARATO DA MANGIARE!”.

Dai cazzo. Ha vinto tutto.

Prima il bambino veniva chiamato ad interrompere un’attività ludica, cosa già difficilissima da interrompere, per andare a fare qualcosa sotto costrizione imperativa (basta giocare, è pronto da mangiare), adesso invece al bambino viene dato il ruolo di (apparente) protagonista, che (apparentemente) può scegliere se continuare a giocare o meno, con la proposta di andare a vedere (scoprire) che cosa sia stato preparato da mangiare.

Da un bambino vessato e contrito, che subisce l’azione, solo con un lieve cambio di accento diventa apparentemente un bambino-eroe, decisore finale della propria vita e scopritore di chissà quali prelibatezze culinarie, nascoste appena aldilà della porta e del grembiule di mammà.

Una vera Call to Action: se non è una chiamata all’azione questa, cosa mai lo sarà?

E niente, cambiano i tempi, le geografie, le previsioni metereologiche ma le mamme se le inventano tutte per essere sempre le migliori. Anche fini conoscitrici di avanzate tecniche di marketing.